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Vi Aspetto alla Fine del Sentiero: il racconto di un’avventura nello Yosemite National Park

“Adesso, seduti in quest’auto direzione sud-ovest, musica di sottofondo, forse potremmo dare il nostro significato alla parola perfezione. Deve essere qualcosa di certamente simile a ciò che abbiamo vissuto.”
– Vi Aspetto alla Fine del Sentiero

“Sono esattamente dentro lo Yosemite National Park; sto scendendo lungo un sentiero che da Glacier Point arriva a valle e sono con due amici con cui ormai ho scoperto un pezzo di California. Incontriamo due statunitensi, padre e un figlio, entrambi con un cappellino da baseball e centinaia di belle parole da dirci, talmente tante che decidiamo di continuare il percorso insieme. È tutto estremamente perfetto, la foresta, il parco, la California, il vento. È la scena perfetta del viaggio perfetto e io ho la fortuna di viverlo. Ed è in questa cornice impeccabile che il padre tutt’a un tratto se ne va e ci troviamo a non sapere più se siamo noi a dover accudire il figlio o se è il figlio a dover accudire noi. Il fatto è che siamo in mezzo alla foresta, dall’altra parte del mondo, con una mappa sgualcita nello zaino e tre smartphone magicamente inutilizzabili. A guidare la squadra c’è il figlio che dovremmo accudire.
Vi Aspetto alla Fine del Sentiero è una storia breve e a tratti comica realmente accaduta, tratta da un’avventura di viaggio,

la mia,
la nostra,
ed è tanto bella quanto assurda.

Vi Aspetto alla Fine del Sentiero è un racconto breve tratto da una storia vera. Fa parte del mio progetto “Diari di Viaggio“, un progetto in cui vorrei portare in parole quella miriade di ricordi speciali che ho potuto raccogliere durante qualche viaggio.

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ARTICOLI DAL BLOG:

Carpe Diem: cogliete l’attimo, rendete la vostra vita straordinaria

Due monologhi dell’attore Robin Williams tratto dal film L’Attimo Fuggente.

Un monologo che, in pochissimi minuti, fa capire l’importanza della vita, l’importanza di fare di tutto per viverla davvero, senza farsi sfuggire un attimo.
Capire quanto prezioso sia ogni singolo istante che la vita ci dona,
che troppo spesso non lo capiamo, finché non ci troviamo davanti l’impossibilità di vivere.

Un altro monologo.
Quello che, nel giro di pochi secondi, insegna a capire l’importanza di vedere le stesse cose da più prospettive diverse, cercare la propria strada, combattere per far sentire la propria voce.
Per essere felici.
Per essere sé stessi.

Cogli la rosa quand’è il momento.
In latino si dice invece CARPE DIEM.
Chi lo sa che cosa significa?
Cogli l’attimo.
Cogli la rosa quand’è il momento.
Perché il poeta usa questi versi? […] Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi.
Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà.
Adesso avvicinatevi tutti e guardate questi visi del passato, li avrete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati.
Non sono molto diversi da voi, vero?
Stesso taglio di capelli, pieni di ormoni come voi, invincibili come vi sentite voi. Il mondo è la loro ostrica, pensano di essere destinati a grandi cose come molti di voi. I loro occhi sono pieni di speranza proprio come i vostri.
Avranno atteso finchè non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale?
Perché, vedete, questi ragazzi, ora, sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione, li sentirete bisbigliare il loro monito.
Coraggio, accostatevi, ascoltateli.
Sentite?
[…]
Carpe diem.
Cogliete l’attimo ragazzi.
Rendete straordinaria la vostra vita.

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse.
E il mondo appare diverso da quassù.
Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi.
Coraggio!
È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.
Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo, ci dovete provare.
Ecco, quando leggete, non considerate soltanto l’autore.
Considerate quello che voi pensate. Figlioli, dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto.
Thoreau dice “molti uomini hanno vita di quieta disperazione”, non vi rassegnate a questo.
Ribellatevi!
Non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno!
Ecco, così! Osate cambiare. Cercate nuove strade.

Non vi fermate all’infelicità.
Cercate la vostra strada, ovunque essa sia.


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Qualche domanda a chi ha fatto del west il suo stile di viaggio

Alessia è una ragazza, italianissima, che ha cominciato a viaggiare del west americano all’età di 19 anni.
Di lì la passione per quel pezzo di mondo così lontano, che, allo stesso tempo, ha scoperto essere una parte di sé.
Da Los Angeles, alla California di San Francisco, ma poi Nevada, Arizona, Nex Mexico, Alessia ha cercato pezzi della nuova e della vecchia America ovunque li potesse scovare. Ha visto ghost town più o meno conosciute, parlato con la gente del posto, stretto amicizie con chi, un altro turista, magari non avrebbe nemmeno potuto avere la fortuna di parlare.
Quando parte, è un viaggio continuo lungo i deserti senza fine della Route 66, o fino al confine messicano, scendendo a sud verso la comunità hippie di Slab City.
Alessia conosce parti d’America che spesso rimangono sconosciuti anche agli americani stessi.
Con Alessia ho già avuto modo di parlare qualche volta. E’ stato proprio grazie a lei che ho avuto modo di scoprire una fetta di California che non conoscevo e che mai avrei pensato potesse essere così estremamente bella, e sto parlando di Algodones Dunes, mezz’ora dal Messico, fuori dal resto del mondo.
Senza nascondere la mia ammirazione e un po’ di sana invidia nei suoi confronti, stavolta le ho chiesto invece se avesse voluto partecipare ad una breve intervista.
Lei, con gentilezza, ha immediatamente accettato.

Alessia, com’è nata la passione per gli States?
È iniziato tutto con il primo viaggio in California, avevo 19 anni e una gran voglia di esplorare quella parte di mondo, così ho deciso di partire da sola, destinazione Los Angeles.

E, più in dettaglio, la passione per il west?
L’ovest è stato il mio punto d’approdo negli Stati Uniti, le mie prime memorie e ricordi più cari sono tutti legati a questa parte d’America. Inoltre, il west è terra di spazi infiniti, natura e leggende e ho sempre trovato tutto questo terribilmente affascinante.

Hai girato spesso in ghost town, come mai questa scelta?
I luoghi abbandonati hanno sempre attirato la mia attenzione. In particolare credo che visitare le ghost town, e in generale i luoghi dimenticati nel west, sia un po’ come viaggiare nel tempo. Un’esperienza sospesa tra passato, presente e futuro, una stratificazione di sogni, illusioni, epoche e generazioni.

Come sei riuscita ad entrare nel mondo delle persone che vivono in determinati contesti/città?
Durante i miei viaggi ho avuto la fortuna di conoscere molte persone aperte, curiose, disponibili e interessanti. Entrare in contatto con loro è stata la cosa più semplice e naturale che potessi fare, alla fine è sempre partito tutto da un semplice saluto o sorriso ricambiato.

Come mai questa scelta di ricercare posti e gente così?
Non la definirei una vera e propria scelta, i luoghi e le persone più incredibili li ho incontrati per caso, semplicemente viaggiando con occhi e cuore sempre ben aperti.

Hai avuto l’opportunità di sentire e vivere queste storie, fra le tante, quali sono state le storie più belle che ti hanno raccontato o che hai vissuto?
Ho amato profondamente ogni storia, ogni aneddoto, ogni esperienza vissuta in viaggio. Dall’incontro con Bob e Susan, che vendevano uova nel bel mezzo del deserto californiano, alla visita a casa di Leroy, sindaco autoeletto di un minuscolo paesino tra le montagne del Nuovo Messico ed ex veterano della guerra del Vietnam.

Puoi dirci qualcosa di più su Leroy?
La storia dell’incontro con Leroy è descritta nel dettaglio in un capitolo del mio nuovo libro “Everland”. Ci siamo conosciuti per caso, quando mi sono fermata davanti al suo giardino, attirata dai riflessi dei cristalli colorati e dalla sua arte strampalata. È stato lui a invitarmi ad entrare in casa, mostrandomi con orgoglio tutte le sue creazioni. Devo ammettere che quel pomeriggio in sua compagnia è stato piuttosto strano, a tratti mi sono sentita intimorita dalla sua presenza, aveva un forte odore d’alcool addosso, ripeteva a nastro una serie di frasi fatte e soprattutto, non voleva saperne di lasciarmi andare via. Solo alla fine, prima di uscire dal suo giardino, mi ha sussurrato di essere un veterano del Vietnam, in quel momento ho capito molte cose. È stata un’esperienza fatta di alti e bassi, tra comicità e tragedia, in ogni caso mi ha toccato il cuore.

Ti sei affezionata in particolar modo ad una delle persone conosciute in viaggio / sei rimasta in contatto con loro?
Ho mantenuto i contatti quasi con tutti gli amici incontrati in viaggio, tranne un paio di eccezioni ma solo perchè non dispongono di telefono né connessione internet e l’unico modo per parlare con loro è andare a trovarli di persona. In particolare però ho stretto un legame molto forte con un amico che abita ad Albuquerque, Richard. Ci siamo conosciuti in rete circa tre anni fa e da allora ci sentiamo ogni giorno e viaggiamo spesso negli USA insieme, ha anche scritto la prefazione del mio ultimo libro, Everland. Lui è senza dubbio uno dei regali più belli che l’America mi abbia fatto, un amico e una persona davvero speciale.

Hai un posto che ti è rimasto nel cuore più di tutti?
C’è un piccolo cimitero di croci bianche disperso nelle praterie del Nuovo Messico. Un pezzetto di storia italiana, trapiantato in un’America fuori dal tempo. Ecco, credo che il mio cuore sia rimasto lì.

Alessia, hai pubblicato due libri: Everland e Wasteland,
dentro hai raccontato i tuoi viaggi, giusto? Vuoi darci qualche dritta generale sugli argomenti trattati?
Nei miei libri cerco di raccontare un lato diverso degli Stati Uniti, andando sempre alla ricerca di storie e luoghi fuori dal comune, con poca bellezza in senso classico ma tanto carattere e voglia di raccontarsi. Parlo di realtà scomode e nascoste, riporto storie straordinarie di gente comune ma soprattutto cerco di dare voce ai luoghi più remoti, insoliti, dimenticati. Città fantasma, cimiteri abbandonati, comunità di hippie e senzatetto,
artigiani di bare, scienziati eremiti e cercatori d’alieni sono solo alcuni dei personaggi e dei luoghi che ho deciso di raccontare nei miei libri.

Tornerai nel west? o in altre zone degli States?
Il West ormai è parte di me, devo tornarci per forza, mi piacerebbe comunque continuare ad esplorare anche altre zone degli States.

Perché consiglieresti un viaggio da quelle parti?
Perché gli USA sono stupore e magia, dalla natura incontaminata alle città più folli e creative, ognuno può trovare il suo posto in queste terre, ognuno può sentirsi a casa nel suo personale angolo d’America.

Normalmente, chi parte per il west, ci lascia davvero un pezzo di cuore. Tant’è che spesso si sente la necessità di tornarci, di tornare a vedere altro o, addirittura, tornare anche sugli stessi passi.
Come Alessia ha ammesso, c’è un angolo d’America in cui tutti possono sentirsi parte di quel mondo e forse è proprio per questo che gli USA sono un mix di stupore e magia.
Il west ti segna, ed è come se quel deserto infinito che ricopre parte di quel che là si vede, avesse sempre una parte di sé da dover scoprire che, alla fine di tutto, ti spinge a tornare.

Ringraziando Alessia per la disponibilità, lascio i suoi contatti
Instagram e Facebook
per poterla seguire online durante i suoi fantastici viaggi.

Tutte le fotografie dell’articolo sono state pubblicate sotto gentile concessione di Alessia, le fotografie appartengono a lei.

Jack Kerouac: il padre dell’On the Road americano

Jack Kerouac, è tuttora considerato il padre del movimento della Beat Generation degli anni Ottanta, nonché uno dei maggiori scrittori della letteratura americana del XX secolo. E’ stato a lungo ritenuto un esponente di spicco della controcultura americana, e solo successivamente è stato rivalutato per la sua capacità di illustrare gli aspetti contraddittori della società dell’epoca, dal consumismo allo sfruttamento dei lavoratori, dal capitalismo al benessere riservato a pochi, sottolineando il decadimento dei principali valori umani, amicizia, amore e cultura.


Jean-Louis Lebris de Kerouac, suo nome intero, nacque a Lowell, in Massachusetts, nel 1922 in una famiglia d’immigrati franco-canadesi. Ultimogenito di due fratelli,  Gerard e Caroline, lo scrittore ebbe un’infanzia felice, tuttavia resa più difficile dopo dalla morte prematura del fratello maggiore, nel 1926.
All’età di sei anni, Kerouac iniziò a frequentare la scuola parrocchiale di ST. Louis de France, e nel 1932, dopo il trasferimento a Pawtucketville, la Barlett Junior High School. In quel periodo, Kerouac faticava ancora a esprimersi correttamente nella lingua inglese, dovuto al fatto che in casa parlassero solo francese e, nella scuola precedente, l’insegnamento era dato sempre in lingua francese. Durante questo periodo, gli affari del padre cominciarono a peggiorare portando l’uomo a finire nel giro di alcool e giochi d’azzardo, la sorella di Kerouac, appena diciottenne, si sposò e Jack si ritrovò da solo. Nonostante la serie di negatività, Jack si dimostrava brillante e sportivamente promettente. Sarà proprio la passione per lo sport e il football in particolare a garantirgli una borsa di studio per merito alla Columbia University, a New York. Un infortunio a una gamba lo esentò dagli allenamenti eccessivi: il tempo così guadagnato lo trascorse visitando i locali jazz, Bebop, i musei, i cinema, i teatri, sparsi nei pressi di Times Square e di Harlem. Si imbarcò successivamente prima nella Marina mercantile e poi in quella militare. È da quel momento in poi che iniziò quel suo vagabondare che lo portò a scrivere romanzi e tenere diari dei suoi spostamenti.

Mandato all’Ospedale navale militare di Newport, Rhode Island, il 20 maggio 1943, gli venne diagnosticata una “demenza precoce“, termine che allora indicava la schizofrenia, e venne rinviato all’Ospedale navale di Bethesda, nel Maryland per un approfondimento diagnostico Qui, la diagnosi fu cambiata in stato “psicopatico costituzionale e personalità schizoide, ma non psicotica“. Il paziente, in definitiva, non fingeva, non era una minaccia né per sé, né per gli altri, comunque venne riformato il 28 giugno 1943, per inadeguatezza al servizio militare. Tornò quindi a casa da suoi genitori, trasferiti nel frattempo a Ozone Park, vicino a Brooklyn.
Si imbarcò poi come marinaio ordinario sulla nave mercantile S.S Gerogre Weems, per Liverpool, da qui visitò Londra e poi nel settembre 1943 la nave fece ritorno a New York. Jack tornò a casa dei genitori per tutto l’inverno, facendo lavori saltuari. Riprese anche a frequentare l’università e soprattutto gli ambienti del Greenwich Village, pullulanti di artisti bohèmien. Nello stesso periodo iniziò la sua storia con Edie Parker e finì per convivere con lei. Abbandonò definitivamente il football e cominciò a dedicarsi in modo maniacale alla lettura di scrittori vari tra cui: William Saroyan, Hemingway, Dos Passos, Joyce, Dostoevskij ed in modo particolare, Thomas Wolfe.


Il 1944 fu l’anno cruciale nel quale incontrò Lucien Carr, che gli fece conoscere William S. Burroughs e Allen Ginsberg, con lui i padrini del nucleo originario della Beat Generation.
Fu Kerouac a coniare il termine beat, con intento religioso e non politico-contestatario, come lo fu invece per la maggior parte degli scrittori legati al movimento beatBeat per lo scrittore era l’equivalente di “beato”:

«Fu da cattolico […] che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, Mass., e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie, le candele brillavano debolmente solo per me), ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola “Beat”, la visione che la parola Beat significava beato.»

Nello stesso anno, Lucien Carr uccise a coltellate David Kammerer, un suo amante accusato di essere maniacalmente geloso, e Kerouac venne arrestato per favoreggiamento, in quanto aveva aiutato Carr a gettare nel fiume l’arma del delitto. Il padre di Kerouac si rifiutò di pagare la cauzione e la famiglia di Edie si offrì di coprire queste spese, a patto che Jack sposasse la ragazza. Fu così che Kerouac si sposò il 22 agosto, a 22 anni. Si trasferirono in Michigan, dalla famiglia di Edie, dove Jack trovò un lavoro come operaio in una fabbrica. Il matrimonio collassò nemmeno due mesi dopo poiché Jack non aveva nessun interesse per la vita matrimoniale e inoltre si sentiva in condizioni di inferiorità a vivere in una famiglia tanto più ricca di lui. Ritornò quindi a New York, dove incontrò per la prima volta Allen Ginsberg. Continuò la conoscenza di artisti o aspiranti tali e iniziò anche l’effettiva dipendenza da droghe.
A causa di un abuso di anfetamina, nel dicembre del 1945, Kerouac si ammalò di tromboflebite alle gambe e fu ricoverato in ospedale. L’agosto successivo morì il padre, malato di tumore, portando Jack ad acutizzare la sofferenza per la morte.

Nel 1946, poco prima di Natale, Kerouac ebbe l’incontro più importante della sua vita, Neal Cassady, un ventenne sposato con la sedicenne Luanne che era finito in riformatorio dopo avere rubato delle auto. Kerouac ammirava enormemente Cassady per la sua totale mancanza d’inibizioni, il suo entusiasmo, il suo grande spirito d’avventura, il suo amore per il rischio, tanto da idealizzarlo e considerarlo un eroe. Divenne il simbolo della vera emarginazione, fonte di ispirazione letteraria, personaggio principale nel libro Sulla strada, con il nome Dean Moriarty e presente anche in altre narrazioni dello stesso Kerouac.
A marzo 1947, Cassady lasciò New York per andare a Denver, la città della sua infanzia. A Denver divorziò e si risposò subito con Carolyn, vivendo in un seminterrato pagato sei dollari a settimana.

Fu proprio questo a spingere Kerouac alla scrittura del suo libro di maggior successo, On the Road.
Il libro tratta con cura il viaggio in autostop e autobus intrapreso dallo scrittore per raggiungere l’amico a Denver, passando per San Francisco, Sabinal, Los Angeles e molte altre città dell’ovest americano. Una volta raggiunto Neal, i due finirono per continuare l’on the road americano insieme.

Dopo aver viaggiato per diversi mesi, tornò a New York, dove completò il suo primo romanzo La Città e la Metropoli, un romanzo autobiografico in cui, come nei suoi altri lavori, annotava ogni singolo dettaglio della sua vita quotidiana, anche gli eventi più insignificanti, usando lo slang ed espressioni colloquiali, abolendo la punteggiatura, le regole grammaticali e seguendo la libera associazione di idee. Contemporaneamente continuò a scrivere On the Road e, appena terminato il romanzo, riprese a spostarsi di luogo in luogo attraversando momenti di depressione, dovuti anche alle sue difficoltà finanziarie, diventando sempre più dipendente da alcol e droghe. In questo periodo, lo scrittore cominciò a trovare conforto nello studio del buddismo e nella meditazione.
Si trasferì poi a San Francisco con Allen Ginsberg, Neal Cassady e il poeta Gregory Corso, ma non aspettò molto prima di ripartire in viaggio di nuovo.

On the Road fu pubblicato nel 1957 ed ebbe un immediato e straordinario successo, segnandolo fin da subito come il manifesto della Beat Generation. Grazie alla popolarità del romanzo, gli editori pubblicarono anche gli altri suoi romanzi tra cui I SotterraneiI Vagabondi del Dharma. Il successo lo travolse fin troppo e Kerouac, che non amava interviste e articoli di giornale, ebbe grosse difficoltà a gestire la situazione tanto che, dopo un ulteriore viaggio a San Francisco, e una permanenza a Big Surf, tornò a vivere da sua madre, fino alla tragica notizia della scomparsa di Neal Cassady, morto assiderato sui binari di una ferrovia nel 1968. L’annuncio del decesso dell’amico, contribuirono a devastare psicologicamente e fisicamente Kerouac. Per tirarlo fuori dalla depressione, i cognati Nick e Tracy lo portarono in Europa, ma l’esperienza fu disastrosa; Kerouac non fece altro che ubriacarsi. Trasferitosi nuovamente in Florida, Kerouac era sempre più frequente partecipare a risse da bar in cui si era, per l’ennesima volta, ubriacato.
Il 20 ottobre 1969 si svegliò alle quattro del mattino in seguito ad un altro eccesso d’acool. Verso mezzogiorno cominciò ad accusare forti dolori addominali e vomitò sangue: il fegato aveva ceduto per la cirrosi epatica. Portato in ospedale, venne sottoposto a 26 trasfusioni e ad un’operazione chirurgica nel tentativo di contenere l’emorragia. Alle cinque e mezzo del mattino del 21 ottobre, senza mai aver ripreso conoscenza dopo l’intervento chirurgico, Jack Kerouac morì a quarantasette anni.
Fu sepolto nella nativa Lowell insieme alla moglie Stella, morta nel 1990.

LO STILE

Il suo stile è ritmato e immediato ed chiamato dallo stesso Kerouac prosa spontanea. cioè uno stile di scrittura fluido, diretto, veloce, privo di filtri e improvvisato proprio come le sessioni improvvisate di musica jazz che Kerouac amava, da qui cominciò a definirsi poeta jazz.

Passando la maggior parte della sua vita diviso tra i grandi spazi dell’America settentrionale e centrale, i suoi scritti riflettono la volontà di liberarsi dalle soffocanti convenzioni sociali e dalle forme dell’epoca per dare un senso liberatorio alla propria esistenza.
Approfondisce anche argomenti quali, droghe, religione, alcolismo.
Esaltò i benefici dell’amore e proclamò l’inutilità del militarismo, ed è inoltre considerato il precursore dello stile di vita hippy.

On the Road, suo romanzo principale, intraprende la tematica del viaggio come metafora della libertà, in cui il viaggio è correlato alla fuga, una fuga che brama conoscenza. Il viaggio rappresenta una scappatoia, un metodo per conoscere se stessi, ma è anche un viaggio permette la fuga dalle restrizioni imposte dalla società e dal proprio passato. C’è una continua oscillazione tra l’inquietudine e la ricerca della tranquillità, la follia e la quotidianità, il movimento e la stasi.

La prima volta che Kerouac utilizzò il termine “beat” fu nel 1950, nel suo primo romanzo La città e la metropoli: Liz Martin è una “beat che se ne va in giro per la città alla ricerca di qualche altro lavoro, di un benefattore, di ‘grana’ o di un po’ di ‘fumo‘”.

“Beat” diventa poi lui, e con lui gli altri scrittori che erediteranno quella spinta, quella voglia di avere una vita che rifiuta le regole imposte e che sperimenta in tutto e per tutto ciò che la vita da la possibilità di sperimentare.
È un termine che richiama la realtà della condizione dei meno privilegiati, di chi vaga in cerca di qualcosa, di chi lo fa con la libertà e l’ottimismo di chi sa che solo sulla strada si può trovare se stesso.

FRA I LIBRI PRINCIPALI

Sulla Strada
I Vagabondi del Dharma
Big Sur
Diario di uno Scrittore Affamato
Orfeo Emerso


Fonti:
https://style.corriere.it/news/eventi/jack-kerouac-50-anni-senza-scrittore-on-the-road/
http://www.lafrusta.net/pro_kerouac.html
https://it.wikipedia.org/wiki/Jack_Kerouac
https://www.studenti.it/jack-kerouac-vita-opere-analisi-on-the-road.html
https://metropolitanmagazine.it/jack-kerouac/
https://www.oscarmondadori.it/approfondimenti/50-anni-senza-jack-kerouac/
Fotografie:
https://www.ibs.it/sulla-strada-libro-jack-kerouac/e/9788804668282
http://www.nealcassadybirthdaybash.com/jack-kerouac/
https://www.huffingtonpost.it/cesare-cata/quando-jack-kerouac-incontro-se-stesso-in-un-pub-del-greenwich-village_b_8816518.html
https://www.rsi.ch/rete-uno/programmi/intrattenimento/millevoci/Kerouac-e-il-mito-della-libert%C3%A0-on-the-road-50%C2%B0-anniversario-dalla-sua-morte-12241750.html
http://www.pangea.news/50-anni-senza-jack-kerouac-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-prima-dalla-a-di-alcol-alla-l-di-lowell/

Ma perché per te è così importante viaggiare? Ora te lo spiego.

Ogni persona che viaggia attribuisce al viaggio stesso un valore unico e personale. Talvolta si viaggia solo per lavoro, altre volte per una più semplice vacanza rilassante, talvolta invece acquisisce, nella persona che quel viaggio lo vive, un valore ancora più importante e prezioso, talvolta inspiegabile, talvolta comprensibile, ma comunque sia raro, forse unico.
C’è chi lo capisce sin dall’infanzia, chi invece la passione del viaggio la acquisisce più avanti e non sa nemmeno perché, chi lo capisce dopo il primo viaggio, chi invece, spesso, lo capisce dopo un vissuto particolarmente intenso che fa nascere dentro la voglia di ripartire. E allora parte, fisicamente parlando. La cosa bella del viaggio è che unisce milioni di persone, tutte completamente diverse l’una dall’altra, ma con in comune la passione per qualcosa che le porta, inconsapevolmente, ad andare senza mai fermarsi.

Se cercassimo sul dizionario la parola viaggio, troveremmo il corretto e più oggettivo significato da attribuirgli, ma se invece la cercassimo nel cuore di chi il viaggio lo sente davvero, troveremmo invece il suo valore più bello e più assoluto.

E se dovessi chiederti che valore ha il viaggio?
Partendo dall’idea che sia assurdo provare a descrivere correttamente le emozioni, nove diverse persone con la stessa passione si sono messe in gioco e hanno provato a spiegare il loro più personale punto di vista sul senso del viaggio.

“Chiunque viaggia è alla ricerca di qualcosa, di risposte a domande mai fatte ad alta voce, di nuovi occhi con cui guardare il mondo e la vita di tutti i giorni; di qualcosa che possa ancora stupirlo e lasciarlo a bocca aperta con la semplicità di un bambino.
Viaggiare è amicizia, passione, risate. È perderti in una metropoli per ritrovare te stesso, è cercare un tramonto da racchiudere in uno scatto della tua fotocamera, è conoscere i tuoi limiti, le tue capacità; è riscoprire te stesso negli occhi di un estraneo conosciuto per caso. E perché no, è cercare di scappare dai tuoi problemi, ma tanto quelli hanno il GPS incorporato e sanno sempre dove tu sia. Ecco che viaggiare diventa la chiave del tuo cambiamento, ma non basta un solo viaggio per diventare quello che sarai domani, e allora tu continua a viaggiare.”

Donatella Roca

Ero un bambino secchione e perfettino, difficilmente mi buttavo nel fango per recuperare la palla durante la partita di calcetto, che se potevo evitavo, e passavo un mucchio di ore -mai abbastanza- a leggere.
Ecco.
Se dovessi indicare un momento in cui i viaggi sono entrati simbolicamente nella mia vita, direi senza dubbio che è stato quando, intento ad esaminare la libreria, presi in mano l’atlante. […] Leggevo nomi impronunciabili e studiavo cartine incomprensibili e nel mentre sognavo posti esotici, foreste e deserti, città infinitamente alte e popoli dalla pelle e dai vestiti colorati.
La passione per l’atlante si è trasformata in passione per la geografia, poi per le lingue straniere, e poi direttamente per i biglietti aerei.
Forse il senso del viaggio sta tutto qui: in quella costante curiosità, in quella bramosa ricerca, in quella voglia matta di scoprire, conoscere, annusare, ascoltare, e prima di tutto imparare, che ti accompagna da sempre -da quando avevi appena imparato a leggere, e che non smette mai di stupirti per quanto è in grado di insegnarti.
Non ci rinuncerei per nulla al mondo!

Elia Sitti

Non è facile spiegare cosa significa viaggiare, è un qualcosa che ti esplode dentro, un mix di sentimenti e sensazioni.
Dal momento in cui ti metti a guardare una mappa, stai già iniziando a viaggiare, fantasticando sui luoghi che vedrai e sulle persone che incontrerai.
Amo viaggiare, amo progettare viaggi.
È un qualcosa che mi fa sentire libera, prendere un aereo, viaggiare tra le nuvole e svegliarmi in un luogo completamente diverso.
Ti rende più umano, ti fa apprezzare le cose più semplici, ti fa emozionare anche solo guardando un bambino giocare.
Amo l’Asia, la sua gente, che spesso vive nella povertà, ma sono ricchi dentro, nessuno ti negherà un sorriso, una parola, una partita a calcio con un pallone arrangiato….
Avrei tanto da raccontare sui miei viaggi, ma sono sensazioni che custodisco dentro gelosamente.
Viaggiare ti rende sicuramente migliore.

Fabrizia Santarnecchi

“Per me il viaggio è una delle necessità primarie della mia vita. Non riesco a concepire un’ esistenza senza viaggiare, partire alla scoperta di qualcosa di insolito, esotico, che non ci appartiene. Vedere e conoscere paesaggi mai scrutati, culture lontane, differenti e poi suoni, odori, sapori mai provati prima. Questo per me significa viaggiare. Da quando pratico il surf uno degli scopi principali della mia vita è che mi accompagna in ogni avventura è la ricerca delle onde perfette in tutto il mondo.”
Marco Romano, surf coach della We Ride Surf School

“Per me viaggiare ha sancito una sorta di rinascita.
Nonostante abbia cominciato a vagare fin da piccola, la svolta è arrivata quando ho intrapreso il primo viaggio da sola a piedi, con lo zaino in spalla e nessuno accanto a indicarmi cosa fare e dove andare.
Non mi sono mai sentita così viva.
Avventurandomi ho scoperto una persona completamente diversa, senza maschere e molto più coraggiosa di quanto potessi immaginare.
Il viaggio per me è l’esperienza, non il luogo in sé.
Nonostante abbia avuto la fortuna di visitare posti magici, la cosa più bella e significativa sono stati gli incontri inaspettati che porterò dentro per il resto della vita.
Avvicinarmi a culture nuove, a religioni e usanze così lontane mi ha fatta sentire quasi in grado di poter vedere la realtà con gli occhi di tante persone diverse, abbattendo qualsiasi tipo di barriera mentale.
Non esiste cosa al mondo che riesca a farmi sentire più felice e piena di vita.
Per tanto tempo mi sono chiesta perché, in qualsiasi posto vivessi, non mi sentissi mai pienamente a casa… con il tempo ho capito che per me non esiste casa più accogliente e “ricca” di quello zaino in spalla.”

Veronica Ariano

“Viaggiare significa staccare dalla realtà di tutti i giorni per divertirsi, rilassarsi e conoscere posti, cose nuove e scoprire se stessi sempre di più.”
Luca Frangioni

“Per me il viaggio è libertà.
Quando viaggio la mia mente è leggera è libera, si fa spazio per immortalare momenti luoghi e emozioni da poter ricordare e il mio cuore si arricchisce.
Viaggiando esaudisco i miei più grandi sogni e mi sento felice.
Quando viaggio mi sento viva.”

Arianna Infante

“Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perché, sempre dicono: Andiamo!”
È quasi impossibile descrivere a parole ciò che un viaggio – un vero viaggio – è in grado di trasmettere. Le emozioni, le impressioni, le nuove conoscenze, i sentimenti e lo stupore infinito che esso sempre porta con sé. 
Troviamo però che questo estratto, tratto da una poesia di Baudelaire, possa essere un buon incipit per tentare di spiegare ciò che andiamo cercando quando decidiamo di intraprendere una nuova avventura insieme. Spesso nemmeno noi siamo pienamente consci delle motivazioni che ci spingono ad andare; ciò che conta maggiormente è la voglia di partire ed esplorare. 
Viaggiare apre e libera la nostra mente dalle costrizioni, dagli schemi e dagli stereotipi in cui la stessa resta intrappolata durante la normale routine quotidiana, permette di andare oltre i nostri stessi limiti e paure, raggiungendo una conoscenza di sé e del mondo, impossibile da afferrare semplicemente restando a casa.
Molto spesso, la sera, dopo una lunga giornata di lavoro ci troviamo a vagare insieme con la mente, immaginando e fantasticando sulla nostra prossima avventura.
Iniziamo allora a selezionare le mete che più ci ispirano, discutendo, infervorandoci e iniziando a studiare un possibile percorso da seguire che sia in grado di svelarci il più possibile del “mondo” e della cultura che decideremo poi di visitare. 
Pianificare è già parte del viaggio, è un modo per cominciare ad immergersi in quel paese che tanto vagheggiamo di raggiungere. […] E quello che realmente conta è calarsi profondamente e sin da subito nello spirito del viaggio e costruirlo intorno a noi. 
Quando finalmente partiamo per raggiungere la meta siamo avvolti da una sensazione di eccitazione e curiosità, che diventa sempre più forte man mano che ci si avvicina alla destinazione. Lo stupore nel vedere una nuova realtà all’arrivo è il sentimento che prevale […].
Esplorare i luoghi, immergersi completamente nell’atmosfera del posto e perdersi in essa, cogliendo e vivendo al massimo tutte le esperienze che è possibile fare, rappresenta il momento più intenso del viaggio stesso. Uno sguardo sul mondo e sulle sue bellezze che è solo nostro, senza riflessi o condizionamenti; una ricchezza immensa che ci portiamo a casa nel momento del rientro e che resterà con noi negli anni a venire. 
Vivere insieme – come coppia – l’esperienza del viaggio rende tutto più intenso e permette una condivisione, seppur intima, delle emozioni che esso è stato in grado di generare e, perché no, anche una miglior conoscenza di noi stessi e dell’altro.

Silvia Filippini e Andrea Monticelli

Chi ha la passione del viaggio, partirà sempre, comunque, partirà perché ha trovato pezzi di sé sparsi un po’ ovunque, e quel puzzle che sta costruendo non sarà mai del tutto finito, perché non si smetterà mai di conoscere se stessi.
Chi viaggia, lo fa con l’idea di partire, talvolta di perdersi, talvolta di ritrovarsi.
Lo fa con l’idea di fare esperienze sparse un po’ ovunque, di dare un valore più bello all’esistenza.
Chi ama viaggiare parte anche solo per partire, che tanto lo sa, che anche partendo, saranno un altro viaggio, un altro tramonto, altri volti, altri orizzonti, a segnargli in meglio la vita,
che forse la vita è più bella quando senti che la vivi davvero.

Adesso ti spiego perchè amo il surf, perchè è così importante

Perché amo il surf?
Non lo so. Non lo so proprio.
Sarei ipocrita a dire che lo so, perché non è così. Però ci provo.
So che non lo saprò mai esattamente, e non mi interessa saperlo davvero. So che la sensazione che ne traggo vale quel che basta per farmelo amare. E ti spiegherei proprio quella sensazione.
C’è da dire che non sono brava, non ho la possibilità di allenarmi abbastanza per poter migliorare nel breve termine, ma a me basta il mare, capisci? Mi basta prendere QUELL’ONDA, mi basta sentirmi trascinare, salire e dopo non si descrive, o meglio, non si capisce bene se non lo si prova.

La prima onda che ho preso la ricordo ancora, era l’ennesima volta che cadevo in acqua. E per l’ennesima volta mi rialzavo.
Bisogna imparare sempre a rialzarsi, me l’ha insegnato il surf stesso. Che dopo ogni onda bisogna tornare FUORI, bisogna remare fortissimo, prendersi in faccia qualche schiuma che potrebbe riportarti indietro, e poi tornare a remare ancora più forte, finché il fiato non si spezza in quattro e le braccia bruciano.
E poi ti siedi sulla tua tavola ad aspettare l’onda perfetta.
Là il caos è fermo, c’è solo l’orizzonte e il mare. E ci sei tu che aspetti l’onda.
Non c’è nemmeno il rumore delle onde che si rompono, le vedi se ti volti verso riva e le vedi gonfiarsi fino a esplodere.
Quando ho preso la prima onda avevo con me l’istruttore, mi disse che quella, esattamente quella, sarebbe stata l’onda giusta, che avrei dovuto prenderla. Io mi concentrai fortissimo, pensavo solo ad ascoltare il mare. Lui mi spinse forte, mi disse che era il momento. Io remai, e poi remai più forte. Mi sentii trascinare dall’acqua, portai le mani all’altezza del petto, inarcai la schiena indietro e portai i piedi sulla tavola.
Ero in piedi. Ce l’avevo fatta.
E mi trovai a non capire più niente, né come fossi lì, né come ci fossi riuscita, ma ero davvero in piedi, e io e il mare eravamo un’unica cosa bellissima.
Sorrisi, e il mio viso era tutto bagnato d’acqua salata, ma non m’importava, io sorrisi e non capii più niente.
Tanto che poi non ho più voluto fermarmi.
Ed è diventato uno stile di vita.
Non ho mai preso un’onda alta, ma ho preso qualche onda che ho reputato per me perfetta.
Ed è bellissimo.

Spiegare la sensazione è difficile. Quel che si prova sulla tavola lo sa chi sulla tavola ci è salito, è difficile capirlo senza averlo mai provato.
Potrei provare a dire che salire su un’onda, prenderla, e trovarsi tutt’uno col mare, possa essere paragonabile ad una sensazione che si può provare lanciandosi a 200 km/h con il paracadute, 4000 metri sopra il resto del mondo, con le farfalle nello stomaco e la testa sbandata di chi si è innamorato e ne è pienamente cosciente.
Ecco. Questo è il surf.
E’ il mix perfetto fra amore, che sia per il mare, per se stessi, forse per il surf, forse per qualcosa che non si capisce, fuso all’adrenalina e all’incapacità di non capire più niente e capire tutto nello stesso momento.
E’ sentire il cocktail più buono del mondo; dentro ci stanno serotonina e dopamina.
E’ sentire ogni singolo muscolo del corpo, percepire il fiato, guardare il mondo e vederne solo un pezzo, e, in quel momento, pensare che sia il pezzo più bello in cui si possa avere la fortuna di essere.
E’ sentire l’onda che ti trascina, ascoltare il mare, ascoltarlo nel modo più bello in cui può essere ascoltato.

Il surf è droga, sì, è la droga più bella che io abbia mai provato.
E’ ascoltare le onde da riva, capire come rompono, capire da dove vengono, è ascoltare il vento, sentire da che parte soffia.
E’ mettersi lì, seduti sul pontile, a guardare gli altri surfare e ad ammirare tutta quell’eleganza, che è l’eleganza più bella che io abbia mai visto, eppure non si surfa in giacca e cravatta, né in tacchi a spillo e tailleur.
E’ aspettare il tramonto mentre comincia a far freddo, avere le mani viola e non stancarsi mai del tutto.
E’ sentire che c’è l’ultima onda da prendere, e poi l’ultima,
e l’ultima,
e ancora l’ultima che non è mai l’ultima.
E’ farsi ore di auto, svegliarsi presto, prendere un aereo, noleggiare una muta.
E’ conoscere gente che forse nemmeno rivedrai mai più ma cui con hai preso la stessa onda, e adesso vi lega qualcosa che non vi separerà mai.

Il surf è uno stile di vita, non è solo prendere le onde di Nazarè. Credo che il surf sia accettare di non prendere l’onda perfetta per tutti, ma prendere l’onda perfetta per se stessi.
E quando arriverà la sentirai.

Il surf non è necessariamente essere bravi per forza, il surf è prendere un’onda e puoi anche cadere poco dopo, ma tu l’hai presa, sei salito in piedi, hai sentito il mare, QUELLA dannata sensazione, e stai sorridendo un sacco e allora basta così.
Il surf te lo senti dentro,
che senti il mare e capisci che è tutto.
è sentirsi vivi e non capire bene perché, ma va bene lo stesso,
tanto che aspetti l’onda come aspetti la vita perfetta, finché non si incrociano,
e capisci che, in quel momento, è la TUA VITA AD ESSERE PERFETTA.

Questo è il surf,
chiedilo pure a chi surfa.


Earth Day: La nostra prima casa è il nostro unico pianeta

L’Earth Day, il 22 aprile, è il giorno in cui si celebra l’ambiente e la salvaguardia del nostro Pianeta.

Celebrata ogni anno in 193 Paesi, ricorda a tutto il mondo quanto sia importante preservare la natura, l’ecosistema e il clima.
Nacque negli USA, nel 1970, a seguito di una pacifica protesta di massa per una riforma ambientale che denunciasse una massiccia fuoriuscita di petrolio a largo delle coste californiane. Ma prima di allora, già all’inizio degli anni ’60, il presidente statunitense J.F. Kennedy e poi il senatore Gaylord Nelson iniziarono a battersi per la celebrazione del Pianeta Terra. Il 24 dicembre 1968, invence, l’astronauta dell’Apollo 8 William Anders scattò l’immagine iconica di Earthrise, che fu poi ispirazione per la prima vera Giornata Mondiale della Terra. Nell’ottobre del 1969, durante la Conferenza dell’UNESCO a San Francisco, John McConnell, attivista per la pace e l’ecologia, propose a tutti gli effetti una giornata per celebrare la vita e la bellezza della Terra e per promuovere la pace. L’idea fu accolta con piacere e, dal 22 aprile 1970, successivamente alla protesta pacifista a seguito della fuoriuscita di petrolio a largo della California, le Nazioni Unite celebrano l’Earth Day in tutto il mondo.

Per John McConnell la celebrazione della vita sulla Terra significava anche far capire a tutti gli uomini la necessità vitale di preservare e rinnovare gli equilibri ecologici minacciati, dai quali dipende tutta la vita sul pianeta.

Grandi leader ambientalisti, ecologisti, star di fama mondiale e moltissime altre persone lo utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: lo smog, lo spreco di acqua, la distruzione del suolo e degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, gli allevamenti intensivi che causano una vita tutto fuorché dignitosa agli animali, l’esaurimento delle risorse non rinnovabili (carbone, petrolio, gas naturali), la contaminazione del cibo in generale, l’estrema cementificazione e molto, troppo, altro ancora. Si insiste in soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo: allora si combatte per il riciclo, per la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, per vietare l’utilizzo di prodotti chimici dannosi, la distruzione di habitat fondamentali all’ecosistema mondiale, si combatte contro lo spreco di risorse, la mancanza di rispetto nei confronti di ciò che la natura ci mette a disposizione.

In piena crisi climatica e sanitaria, l’Earth day acquista ancora più significato.

Mai come oggi è di fondamentale importanza rivedere il nostro rapporto, piuttosto irrispettoso, nei confronti della Terra. E’ un pianeta dalle risorse pressoché finite, con ecosistemi sempre più sotto pressione e con cicli naturali che stanno cambiando in maniera inverosimile, le cui conseguenze, pur conoscendole, sembrano non impaurire più di tanto. Eppure sappiamo bene quanto rischio, questo fragile habitat, sta subendo. E’ scientificamente provato, quanto le attività umane estreme portino con sé avendo effetti deleteri sul “sistema Terra”, e, bene o male, sappiamo anche come risolvere queste crisi, o come cercare di placarla, visto che siamo agli sgoccioli. Se guardiamo in macro, significa ripensare il modello di sviluppo e di sfruttamento delle risorse. Di rifondare una nuova società con delle basi ecologiche rigide e stravolgenti.

Educare il più possibile all’ambiente è uno dei passi principali da fare

La giornata del 2017, ossia la quarantasettesima edizione della manifestazione, è stata completamente dedicata all’insegnamento sulla salvaguardia dell’ambiente, del clima e del Pianeta in generale. L’istruzione è la base per il progresso. E’ estremamente necessario formare una popolazione globale consapevole che i cambiamenti climatici sono una minaccia senza eguali per noi, per ciò che ci circonda e per la Terra più in generale. E se partiamo dall’idea che la Terra è la nostra unica vera casa, forse dovremmo imparare anche ad averne più cura. Un’approfondita educazione ambientale può contribuire in modo notevole la necessità di adottare leggi e politiche in difesa del Pianeta e del clima.
Questi sono sicuramente argomenti che, una volta affrontati e capiti dalle persone in generale, andrebbero presi in considerazione più che altro dai grandi potenti e dai governanti di tutto il Mondo. Alle persone più comuni resta invece di lottare fortemente per la voglia di un Pianeta migliore, adottando, nel piccolo, le misure di prevenzione migliori che possano essere adottate.

Earthrise, fotografia AS8-14-2383HR della NASA, di William Anders

Dobbiamo porre più attenzione alle piccole azioni quotidiane, come spegnere la luce in ogni stanza quando non ce n’è bisogno, chiudere l’acqua quando ci si lava i denti o i piatti, non sprecare il cibo, limitare il consumo di plastica al minimo, non buttare rifiuti a terra, nemmeno i mozziconi di sigarette. Ci sono rifiuti che impiegano millenni a degradarsi.
Insegnano a chi ancora non conosce il rispetto per il Pianeta, evitiamo di prendere l’auto quando non necessaria, magari basterebbe utilizzare meno auto quando ci si sposta in gruppo. Abituiamoci a fare la raccolta differenziata. E in realtà ci sono centinaia di comportamenti estremamente green che potremmo attuare. Basta cercare di vivere coscienti che, qualsiasi cosa si riesca a fare senza danneggiare il Pianeta, è un piccolo passo ecologico di un’importanza gigantesca per sé stessi e per il resto del mondo.

Benché dovremmo essere grati alla Terra tutti i giorni, a tutte le ore, a tutti i secondi, festeggiamo con lei e per lei ogni 22 aprile l’Earth Day, impariamo a capire quanto sia prezioso tutto ciò che ci circonda e che, una volta danneggiato, sarà dura ritornare indietro. Allora non ci resta che evitare di danneggiare ulteriormente la fragilità di tutta questa bellezza.

LA NOSTRO PRIMA VERA CASA E’ IL NOSTRO UNICO PIANETA.

fonti:
https://www.rinnovabili.it/ambiente/giornata-mondiale-della-terra/
https://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_della_Terra
https://www.tgcom24.mediaset.it/green/earth-2020-la-giornata-mondiale-della-terra-compie-50-anni_17513379-202002a.shtml
https://www.lifegate.it/persone/news/earth-day-giornata-della-terra-ambiente
https://www.instagram.com/p/B_SIpn3jxzW/
https://www.nasa.gov/image-feature/apollo-8-earthrise

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Ma quanto sono preziosi i ricordi fatti in viaggio?

Sono le tre di notte.
Non dormo. Non riesco proprio a chiudere occhio.
Fuori c’è il vento, soffia fortissimo. Credo si stia portando con sé pure il tavolo che è poggiato al muro.
Sono le tre di notte, e credo che stanotte sarà dura addormentarsi.
Eppure non ci sono rumori ed è tutto completamente buio.
Eppure non mi basta.
Eppure, eppure e, di nuovo, eppure.
Eppure non ho nessun bel pensiero per potermi cullare stanotte.
Ci sono troppe cose che non vanno, io non vado, il mondo non va, vorrei sapere come stanno i miei amici, se loro vanno, ma sono le tre di notte e non è il momento adatto per chiedergli se loro vanno.
Allora mi giro dalla parte opposta. Accendo la luce sopra al letto, leggo due pagine di un libro, lo richiudo.
Ci sono troppe cose che non vanno.
Richiudo gli occhi, li riapro e poi, di nuovo, li richiudo. Stringo forte il cuscino, ho il braccio che lentamente sembra muoia col peso della mia testa sopra.
Mi è venuta una voglia matta di andare a giocare a frisbee.
Non posso giocare a frisbee, fuori è buio.
Potrei brucare l’erba del giardino, ecco.
Ma perché dovrei brucare l’erba del giardino?
Mi sto facendo prendere dall’ansia. Vorrei solo dormire e invece gli occhi si riaprono non appena butto giù le palpebre.
Sai cosa penso? Per risolvere la crisi economica basterebbe stampare più banconote, spararle in piazza con dei cannoni enormi e niente, saremmo tutti benestanti.
Domattina mi sveglio, vado a Bankitalia, attacco uno striscione davanti e comincio a protestare.
E’ un’idea incredibile.
Oppure potrei mollare di nuovo il mio lavoro e partire per l’Africa, potrei salvare la vita ai bambini malnutriti.
Che stupida, io non ho più un lavoro. Non per ora, almeno.
L’ho perso.
Che ansia.
Pazzesco. Domattina prenoto un volo e parto.
Sono le tre e quaranta di notte.
Ho idee pazzesche, domattina le metterò tutte in atto. Sono un genio.
Ma non riesco ad addormentarmi.
Potrei vendere le mie fotografie, creare nuovi progetti e spargerli nei musei di tutto il mondo. Potrei farmi un nome, fare soldi, conoscere gente e posti. E’ tutto così facile.
E’ tutto facile tranne dormire.
Ed è assurdo come le idee pazzesche siano così fattibili alle tre di notte.
Domattina tutto prenderà un’altra forma, e le idee pazzesche sembreranno irrealizzabili.
Odio questa cosa.
Stanotte non chiuderò occhio, ho bisogno di qualcosa di bello che mi faccia da ninna nanna.
Mi alzo, accendo un attimo la luce, mi guardo intorno.
Guardo le mensole bianche, ci sono veramente tanti libri, gli ultimi che ho comprato devo ancora leggerli.
E poi c’è la mensola più alta. E’ piena zeppa di album di fotografie. Sono talmente tanto pieni che mi chiedo come facciano, tutti quei ricordi, a stare dentro a un solo cuore.
Eppure quel cuore è il mio, non dovrei nemmeno farmela quella domanda.

Ho trovato cosa fare.
Apro un paio di questi album. Ce n’è uno dedicato alla Spagna, un altro parla del Belgio. Ce ne sono veramente un sacco. Il più bello, quello color bordeaux, coi margini dorati, sta chiuso solo perché serrato fra gli altri, ma dentro è sovraffollato di foto, di fogli, di brochure, e scontrini, e ricordi. Ricordi che se ne stanno a circa 10200 chilometri di distanza.
Non sapevo di avere un pezzo di cuore così lontano.
Anzi. Mi correggo. Lo sapevo eccome, ma è sempre bello ricordarselo.
Lo apro, e non so se sto aprendo l’album o se sto aprendo il cuore.
Ecco.
Sono già alla quarta pagina, le ho sfogliate delicatamente, non vorrei si sgualcissero.
Sono già alla quarta pagina e tutte queste foto sembrano parlare. Se ne stanno silenziose, nella loro nostalgia, a ricordarmi quant’è bello, ogni tanto, ricordare.
Ed è bello perché sembra se ne stiano lì, in silenzio, a cantare qualcosa che somiglia vagamente alla più bella ninna nanna del mondo.
E pagina dopo pagina, c’è una sorta di melodia così bella, ma giuro, perfetta nella perfezione dei bei ricordi. Quelli, esattamente quelli, quelli fatti durante quel viaggio, quei viaggi, quel vento in faccia, che ancora, se ci penso, lo sento.
Che sai che faccio? Ora mi scompiglio i capelli, che tanto ormai sono già scompigliati da quattro ore di non-sonno.
E ora chiudo gli occhi, e penso che sia stato il vento a scompigliarli.
Ecco.
Guarda tu.
Ho il vento in faccia, e c’è un sole che spacca le pietre, e ho caldo, ma va bene.
Prendo il sole aprendo il tettuccio dell’auto.
Alzo il volume.
Ci sono queste farfalle nello stomaco che hanno preso a ballare.
Sorrido veramente tanto che non te lo so spiegare per bene.
E gli occhi brillano un po’, sai?
E l’album l’ho quasi terminato.

Ora sto un po’ meglio.
Sono andata per un po’. Ne avevo bisogno, sai?
Ho fatto un viaggio bellissimo, e come per ogni viaggio vissuto per bene, adesso sono più stanca che mai.

Ma è quella stanchezza bellissima, quella che sì, sei stanca perché non hai dormito molto, e hai fatto cose, un sacco di cose. Ma più che altro sei stanca perché hai collezionato milioni di ricordi, e ora il tuo cuore torna a casa e ci impiega un miliardo di battiti per renderli tutti preziosi.

Ripongo l’album sulla mensola, lo spolvero un po’, c’era qualche ricordo con due granelli di polvere e proprio non mi va di vederlo offuscato.
Adesso sono stanca.
E tutte quelle foto sono state la mia ninna nanna.

Adesso mi ributto sul letto, spengo la luce, guardo nel buio il soffitto.
Adesso tutto quel buio è più bello.
Adesso ricordo, quanto preziosi sono tutti i ricordi più belli.
E quelli fatti in viaggio, che mi ricordano quant’è bello viaggiare,
adesso lo so,
che tra le cose più belle del mondo c’è certo vivere, ma ti potrei raccontare per una vita di quant’è bello anche ricordare.

Allora buonanotte mondo.
Ci vediamo presto,
che sono le quattro e venti, e io adesso ho veramente sonno.

Ringrazio Roberta B. per la prima foto dell’articolo.

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#IORESTOACASA: il valore delle piccole cose

Il mondo intero si è fermato.
Anno 2020.
Quest’anno dal numero doppio identico finirà sui libri di storia, quasi sicuramente.
Il mondo si è fermato.
Il commercio, i trasporti, le aziende.
E anche il tempo. Sì, perché adesso scorre talmente tanto lento da sempre quasi fermo.
Così, in questo periodo di quarantena, allontanamento, social immersi di hashtag dedicati, gente che soffre, gente che continua a lavorare, gente che salva le vite, gente che la vita, purtroppo, la perde, dobbiamo tutti fare i conti con la nostra di vita e con il nostro tempo. Dobbiamo imparare a cogliere, nella negatività di un periodo buio come questo, il valore a ciò che davamo per scontato.
Io ci ho voluto provare con un video. Adesso mi spiego meglio.
Lo so, non sarò sicuramente la prima al mondo ad aver avuto questa idea, ma io ho semplicemente cercato di farla mia.
Vi spiego. Ora che abbiamo un po’ più tempo per capire il valore del tempo, ho voluto dare un senso anche alla più “banale” (e lo metto fra virgolette, attribuitegli voi il significato che sentite più giusto) quotidianità e al tempo impiegato nel viverla. Partiamo dal presupposto che siamo nell’era dei social, dove apparire è più importante di essere, dove non si da valore alle cose più ovvie, perché le cose più ovvie sono ormai troppo scontate e “out” per essere esposte sui social. Ma poi che succede? Succede che qualcosa più grande di tutti i pezzi di mondo messi insieme ci costringe a rivalutare l’importanza delle cose ovvie. E allora boom, stop. Fermi tutti. Rivalutiamo tutto. Forse è più importante essere che apparire, no? Gli abbracci, i saluti, il contatto umano, la passeggiata al tramonto sulla riva del mare, la prenotazione del volo per il viaggio tanto voluto, e fare la spesa incontrando un paio di amici, prenderci un caffè insieme, e uscire. Già. E i sorrisi, la cena coi parenti, una t-shirt nuova perché quelle vecchie sono un po’ scolorite. Farsi la doccia per uscire. No. Non si può uscire. E va bene, adesso è giusto così. Dobbiamo vincere questo maledetto mostro invisibile, e per vincerlo dobbiamo rimanere in casa. Allora impariamo di nuovo a dare senso alle cose “banali“. Impariamo di nuovo a dare senso al semplice fatto che siamo vivi, agli occhi aperti la mattina presto, e alla colazione fatta in cucina, al cane che ci saluta scodinzolando perché lui sì, lui è davvero felice perché può starti vicino tutto il giorno. Ridiamo importanza al sole, non è poi così scontato. Ridiamo importanza agli alberi, Dio, quanto sono belli, e alle cose semplici. Diamoci il tempo per leggere un libro, e ascoltare musica, e scrivere, e pensare. Rivalutiamo il tempo. Cerchiamo di essere, e poi, se poi vogliamo, possiamo anche apparire, ma almeno appariamo per ciò che siamo davvero. Smettiamo di dare tutto per scontato. La vita non è scontata. Quando la troverò appesa in un negozio, con un cartellino colorato con su scritto -70% allora sì, allora penserò che la vita è scontata. Ma ad ora non lo è e, secondo me, non lo sarà mai.
Questo è un video “banale”, già, perché non c’è niente di poi così tanto appariscente. Anzi. Scusate, che stupida che sono.
Sto vivendo.
E già solo questo non implica banalità.
Diamo senso al tempo ora che abbiamo tempo.

Un video dedicato alle cose semplici, in un modo che adesso ci appare talmente tanto complicato da vivere.
Sapete che c’è? #IORESTOACASA, che non vedo l’ora di poter uscire di nuovo.

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Photo tips: consigli fondamentali per la fotografia di viaggio

Breve premessa:
Ad ora, aprile 2020, non sono una fotografa di professione. E’ uno dei tanti sogni nel cassetto, forse uno dei più vecchi, ma non lo sono. Il poter guadagnare con l’arte dell’immagine è un progetto che mi porto dietro dai tempi delle Scuole Medie. Tutto ciò che scrivo qua è frutto di studi ed esperienze personali, preferisco quindi considerali consigli e curiosità piuttosto che insegnamenti veri e propri. Faccio fotografia da quando avevo circa 12 anni, mi sono diplomata come Grafica Pubblicitaria con studio anche della fotografia a pieni voti. Ho passato anni a studiare e a fare esperienza con reflex, con passaggi di livello dalla prima reflex che tenevo in mano, all’ultima che ho avuto l’opportunità di avere. Ho praticato anche con macchine fotografiche analogiche, cercando di incrociare gli studi del digitale con l’analogico. Ho sviluppato e sto cercando di sviluppare capacità di post-produzione. Sono successivamente passata anche ad action cam, essendo orientata al mondo outdoor come stile di vita, e alla fotografia da cellulare, cercando la qualità nella versatilità di uno smartphone. In tutto ciò, sto cercando il mio stile. Nel frattempo sto imparando a farmi una ragione del fatto che forse il mio stile non è soltanto uno, ma comprende una serie di stili diversi che vanno a fondersi a seconda di ciò che mi passa per la testa. Dopo questa premessa, la mia speranza è poter dare consigli reali e utili sulla FOTOGRAFIA DI VIAGGIO.

COS’E’ LA FOTOGRAFIA DI VIAGGIO?

E’ un vero e proprio racconto in cui si imprimono i momenti e gli istanti che motivano un viaggio. Che sia quindi lo scatto ad un paesaggio, che sia la ripresa di un momento particolare del posto e della civiltà di cui stiamo facendo esperienza, in ogni caso, in sostanza, è la registrazione di un esatto momento e di un esatto luogo e attimo di un particolare pezzo di mondo. In questa registrazione ci sarà dunque natura, gente e cultura in una percentuale completamente soggettiva, che cambia a seconda del momento in cui si scatta e del soggetto che si vuole ritrarre.
Spesso quando si pensa alla fotografia di viaggio, la prima cosa che ci salta in mente è l’idea di un reportage nel bel mezzo del deserto dell’Africa, oppure il racconto di vita della gente del sud-est asiatico. E’ più facile accostare la fotografia di viaggio a determinati ideali, ma non è così.
La fotografia di viaggio racconta un determinato posto e ciò che è e/o avviene in tale posto in un determinato momento, che sia l’Africa, che sia Europa o qualsiasi altra parte di mondo. Non è corretto quindi pensare alla FOTOGRAFIA DI VIAGGIO esclusivamente come ad un reportage di un Paese più povero, o in guerra o qualsiasi altro motivo ci spinga a considerare un Paese più “sfortunato” del nostro.
I settori principali in cui, involontariamente, si avrà a che fare quando si comincia a fare fotografia di viaggio, sono diversi. I principali sono:

  • REPORTAGE: E’ il raccontare tramite una serie di scatti la storia, presa in diretta e senza niente di costruito, di un posto, di una cultura, di un evento o di un’esperienza di cui si è testimoni a tutti gli effetti. Nato dal giornalismo per documentare scene di guerra o di povertà, si è poi esteso anche ad altre categorie: viaggio, matrimonio etc.
  • STREET: La street photography si può considerare parte integrante del reportage, più precisamente reportage sociale. Si tratta di riprendere i soggetti in situazioni reali e spontanee in luoghi pubblici, oppure semplicemente gli stessi luoghi come soggetto principale anche senza la presenza umana. L’idea è quella di evidenziare aspetti della società nella vita di tutti i giorni. Solitamente il fotografo che prende in considerazione anche la street si affida ad una gestione non completa, causata dai milioni di sfumature di probabilità diverse, dei soggetti degli scatti, ma segue comunque un’idea fotografica di ciò che vorrebbe ottenere.
  • RITRATTO: Ruota intorno all’idea di mettere in risalto il volto di una persona, portandone a galla pregi e/o difetti fisici, ma anche emozioni, sentimenti e moralità del singolo soggetto. Reputo sia corretto, almeno nella fotografia di viaggio, cercare di capire il soggetto prima di ritrarlo, per cercare di ottenere una fotografia che riesca ad unire l’intenzione di chi la scatta, con le vere emozioni di chi invece è ritratto, molto più importanti rispetto alle intenzioni del fotografo.
  • PAESAGGISTICA/URBANISTICA: E’ un genere fotografico improntato a immortalare paesaggi naturalistici o urbani di un determinato luogo. E’ sicuramente uno dei generi fotografici più praticato al mondo, essendo anche il più semplice da ottenere. In realtà, un buono scatto, necessita sempre e comunque una dose elevata di buone idee, giusta tecnica, ottima conoscenza della luce e, non da meno, molta fortuna.

DIFFERENZE SOSTANZIALI FRA REFLEX, MIRRORLESS, ACTION CAM E SMARTPHONE. COSA UTILIZZARE?

Ad ora, nel mercato, è possibile trovare ottima qualità dalla reflex allo smartphone. Tutto sta in ciò che si intende fare, in ciò che, soggettivamente parlando, preferiamo, in ciò che riteniamo più consono a noi, ma, soprattutto, anche all’uso che dovremmo farne.
Ad ora un professionista della fotografia dovrà ancora considerare Reflex e Mirrorless di buon livello come strumentazione, perché i sensori di tali strumenti sono ancora imbattibili, soprattutto quando parliamo di macchine FULL FRAME.
Un full frame è un sensore, ossia la parte hardware dove la luce va a imprimersi per poi formare una successiva immagine, di dimensioni nettamente superiori rispetto ad un qualsiasi altro sensore ad ora sul mercato. Cercando di essere brevi, se riprendiamo la stessa immagine e la imprimiamo su una superficie APS-C (ossia un sensore più piccolo di un full frame) di 23,6×15,6mm e su una superficie full frame di 36x24mm, l’immagine avrà modo di imprimersi più correttamente e con più qualità su una superficie più grossa, mantenendo migliori le sfumature, le differenze, la nitidezza ed eliminerà molto più rumore, ossia l’effetto granuloso, sullo scatto.
Se si cerca quindi la qualità più eccelsa e correttamente più professionale, soprattutto in caso di vendita di fotografie, di ingrandimenti di notevole dimensione e qualsivoglia motivo di estrema precisione qualitativa, bisognerà sempre puntare ad una qualsiasi strumentazione dotata di un sensore full frame o comunque di un sensore di notevoli dimensioni. Ad oggi, determinate richieste comportano la scelta impareggiabile di una reflex o mirrorless piuttosto che di uno smartphone.
Parlare di quest’argomento ed elencare tutti i pregi e difetti di qualsiasi strumento disponibile per l’acquisizione immagine, necessiterebbe un intero sito web. Io provo a descriverne i punti salienti.

REFLEX: Qualità elevata. Nelle fasce alte di prezzo rimane imbattibile. Ha comunque diverse fasce di prezzo dove la qualità aumenta di pari passo. Hanno un peso piuttosto elevati rispetto alle altre categorie. Sono piuttosto ingombranti. La messa a fuoco veloce e precisa. Mantiene qualità anche con poca luce. Ottima ed eccellente in diversi campi della fotografia, meno versatile e utilizzabile in caso di action in prima persona, o in spostamenti dove si necessita leggerezza o di minore attrezzatura. I diversi obiettivi consentono la ripresa su più distanze e ampiezza della visuale mantenendo qualità e precisione. Solitamente ha una robustezza che ne consente l’affidabilità. Diverse modalità di scatto consentono la possibilità di usarla a tutti. Menù veloci intuitivi, i pulsanti sono facili e la camera ha un’impugnatura ergonomica.

MIRRORLESS: Qualità elevata. Ha diverse fasce di prezzo dove la qualità aumenta di pari passo. Nelle fasce alte di prezzo, si trovano anche full frame. Pesano circa la metà delle reflex. Anche gli obiettivi normalmente hanno un peso notevolmente minore. La messa a fuoco è più lenta rispetto alle reflex. Anche la batteria ha una durata inferiore. Mantiene la qualità anche con poca luce. Ottima ed eccellente in diversi campi della fotografia, meno versatile e utilizzabile in caso di action in prima persona. Eccellente per qualità anche senza avere un grosso peso da portare con sé. I diversi obiettivi consentono la ripresa su più distanze e ampiezza della visuale mantenendo qualità e precisione. Essendo più leggera, non ha la stessa robustezza di una reflex, necessita quindi più attenzione. Diverse modalità di scatto consentono la possibilità di usarla a tutti. I menù e pulsanti sono meno intuitivi rispetto ad una reflex.

ACTION CAM: Le fasce di prezzo troppo basse hanno qualità estremamente basse. Le fasce di prezzo medio-alte hanno una qualità notevole talvolta pareggiabile a reflex non di fascia alta. Il peso è irrilevante. Una action cam sta dentro ad una tasca e non si fa sentire. Anche con attrezzatura, il peso rimane minimo. Versatilità impareggiabile in caso di action. Robustezza impareggiabile, solitamente sono fatte con materiale che ne attutisce i colpi. Consente riprese e scatti che, con una macchina classica non sarebbe semplice effettuare, talvolta impossibile. Spesso è waterproof. Con poca luce in compenso perdono notevolmente qualità. Non hanno la totale versatilità di una reflex o mirrorless. In caso di zoom, al progredire dello zoom, la qualità si riduce e non sono disponibili obiettivi esterni che consentono di cambiare la lunghezza focale in maniera meccanica. Poco adatto ai ritratti classici perché i volti appaiono distorti se troppo ravvicinati. Le riprese sono automatizzate o semi-automatizzate.

SMARTPHONE: Gli smartphone stanno facendo progressi enormi nel campo della fotografia. Gli ultimi modelli di fasce prezzo medio/alte hanno qualità da far invidia a molte reflex di fasce prezzo medio-basse. Per una buona qualità, bisognerà comunque valutare uno smartphone con una fascia di prezzo medio-alta. Il peso è irrisorio e, in ogni caso, è diventato ormai quasi indispensabile. Uno smartphone normalmente è sempre con noi, quindi con una sola strumentazione abbiamo smartphone e macchina fotografica nello stesso istante. Non necessità chissà quale altra attrezzatura esterna. Talvolta waterproof. Rimane comunque più fragile quindi richiede più attenzione nel maneggiarlo. Non ha la totale versatilità di una reflex o mirrorless. In caso di zoom, al progredire dello zoom, la qualità si riduce. Non sono disponibili obiettivi esterni di estrema qualità che consentono di cambiare la lunghezza focale in maniera meccanica senza minare la qualità della foto. E’ poco adatto ai ritratti perché i volti appaiono distorti se troppo ravvicinati. Salvo app particolari, lo smartphone ha gran parte del procedimento automatizzato ed estremamente intuitivo.

La decisione, salvo necessità esterne che possono essere lavoro o qualsiasi altro motivo, è prettamente soggettiva.
Per cercare di orientarsi al meglio nella scelta, bisogna porsi delle domande.
Cosa voglio farne? Qual’è l’utilizzo principale che ne farei? Cerco praticità, leggerezza, utilità, precisione, versatilità etc.? Cosa cerco per l’esattezza?
Potremmo anche chiederci “quanto mi piace la fotografia?“. La fotografia è una passione che, quando ricerca anche la qualità, ha dei prezzi da tenere in considerazione. Bisogna sempre cercare di capire quanto puntare alla fotografia, capire se è la mera idea del viaggio o della fotografia che prevalgono, oppure entrambe, oppure serve solo ad immortalare qualche foto di minore conto. Per chi vuole puntare davvero alla fotografia, vada per gradi. E’ inutile comprare una reflex da 800/1200€ e scattare in modalità automatica perché non si conosce la tecnica fotografica. Sarebbe più consono allenarsi con strumentazioni di prezzo inferiore, o con uno smartphone scaricando app che consentano modalità manuali e vedere se davvero è una passione oppure un divertimento momentaneo.

Sostanzialmente cercare di capire quel che fa al caso nostro chiedendosi: l’uso principale che ne faremmo, gli stili principali che vorremmo prendere in considerazione, la praticità e versatilità che cerchiamo e quanto vorremmo investirci di soldi, tempo e studio. Unendo le risposte si dovrebbe trovare la soluzione.
Su mia esperienza personale, dopo circa 12 anni di reflex, causa un successivo stop dato dallo scippo della mia reflex da parte di un ragazzo in bicicletta proprio durante un viaggio (furto che mi ha portato un sorta di “trauma” non indifferente nei confronti della fotografia), mi sono dedicata sempre di più alla fotografia con action cam e smartphone, incrementando in compenso lo studio della post-produzione per ottimizzare gli scatti e le riprese.
Ad ora, ma ne parlerò con più precisione dopo, scatto da circa un anno con iPhone X e GoPro Hero 7 Black e devo dire che è una combo che sto amando in maniera particolare.