In Croazia ci siamo persi scalando una montagna in auto

diario di bordo dedicato ad un unico viaggio fatto a settembre 2016

A settembre 2016 io facevo ancora l’addetta vendita part-time serale. Lavoravo fino alle 20. Lo ricordo ancora come fosse ieri quel giorno.
Eravamo in tre amici e decidemmo di partire per la Croazia.
A dire il vero non c’era un motivo preciso, c’era la mera idea di andare via. Spostarsi. Prendere una serie di giorni di ferie da lavoro e partire.
Budget minimo, resa massima.
Avevamo prenotato tutto, avevamo deciso dove andare, le tappe, i pit-stop per cercare di mettere GPL cercando invano un risparmio laddove possibile.
Partimmo la sera, dopo cena. I ragazzi mi aspettarono e mi passarono a prendere direttamente sotto casa. Caricammo le valigie, i sacchi a pelo e una tenda.
Sì, perché, fra le tappe, c’erano due notti su un’isola semi-deserta e selvaggia, staccatasi dalle più comuni mete croate per non si sa ancora quale motivo.
E una notte in un rifugio nel mezzo delle montagne del Parco Nazionale di Paklenica, dove non sapevamo esattamente cosa aspettarci.

Era un on the road.
Era il mio secondo on the road, ed ero estremamente elettrizzata a riguardo.
Avevamo deciso per poche mete turistiche e tante mete dai nomi impronunciabili, ma che a noi andavano bene esattamente così, coi nomi pronunciati in modo errato.

La prima sera dormimmo in auto, che poi dormire è un verbo di troppo significato in questo caso.
Preferisco dire che ci fermammo nel parcheggio dell’autogrill di Padova e aspettammo che albeggiasse per ripartire.

Ricordo bene che il doganiere non si fidava affatto dei nostri sguardi, forse stanchi, forse dubbiosi del mondo. Ricordo che ci chiese espressamente se avevamo droga.
O se la volevamo.
Non capimmo, e rispondemmo di no a prescindere. Anche fosse stata una domanda con la doppia negazione, un po’ a trabocchetto, noi rispondemmo di no. Lui ci guardò, strizzò gli occhi e ci lasciò passare.
Eravamo finalmente in Croazia.
Fiume era una città troppo comune, così decidemmo di approdare a Novi Vinodolski, un paese talmente tanto piccolo da poter esser visto in mezza giornata. Ma mi piaceva la gente. Me lo ricordo bene quell’anziano signore dal sorriso esteso che mi invitò a sentire se la zuppa di fagioli che stava cuocendo era buona.
In Croazia poi si mangia da Dio. Si mangia pesce con pochi soldi sentendosi ricchi.

Passando per delle strade che tagliavano in due boschi interi e senza nome con cartelli di pericolo-bombe-non-oltrepassare-la-linea, arrivammo anche ai Laghi di Plitvice. Ho apprezzato l’adrenalina di attraversare quelle strade disseminate di foglie pre-autunnali, un po’ verdi, un po’ arancioni, che nascondevano il fatto che lì c’era ancora qualche resto della Seconda Guerra Mondiale. Mi sembrava di attraversare uno spazio temporale che mi divideva dalla realtà. In realtà era l’adrenalina di doversi spostare leggermente sulla soglia dei boschi, costretti dal dovere di condividere la strada con auto che procedevano nel senso opposto al nostro, cercando di avere cura di non metter ruota vicino a quei paletti di pericolo morte.
Ma arrivammo ai Laghi, e ci arrivammo intatti.

E se i Laghi di Plitvice sono così estremamente turisticizzati, un motivo c’è.
Sono bellissimi. Ci sono cascate disseminate ovunque, sfumature di verde che fanno invidia agli alberi di tutto il mondo, sentieri semplici ma belli. Belli davvero. Belli com’è bella la natura. E lì, ai laghi, è pieno di natura.


Io non so descrivere invece la sensazione di trovarsi inconsapevolmente a percorrere un sentiero di montagna con una berlina bassa.
Questo è quello che c’è successo a noi. Ed è così estremamente assurdo, ai limiti dell’incoscienza, che mi chiedo come sia stato possibile arrivare a ciò senza nemmeno accorgersi che lo stavamo facendo.
Ricordo che dovevamo raggiungere una zona nel Parco Nazionale di Paklenica per cominciare un sentiero che c’avrebbe portato in un punto esatto per attraversare una prateria e raggiungere, successivamente, Bojinac.
Ricordo invece che attraversammo un sentiero con la nostra auto, completamente fuori luogo, su pendenze su cui avrebbe fatto fatica anche una 4×4, e dopo circa tre ore, decidemmo di abbandonare l’auto in uno spiazzo nei pressi di un rifugio dove un signore, anziché dirci dove eravamo, ci voleva offrire a tutti i costi quello che credo fosse rum o, a limite, vodka.
Mi fece sorridere.
Non sapevamo ne dove eravamo, ne dove, a quel punto, potevamo esser diretti, ne come poter tornare indietro senza provare di nuovo l’ebbrezza del pericolo di morte, ne come fare.
Ma io sorridevo.
Anzi.
Ridevo.
Perché la mera idea di essermi persa mi faceva sentire particolarmente viva.

Alla fine Bojinac non lo vedemmo. Quel che tanto ambivo, dovetti lasciarlo nel cassetto dei sogni e finimmo la serata attraversando i boschi del Parco al tramonto prima di raggiungere quello che era il rifugio che avevamo prenotato giorni prima.
Lascio alla gente la consapevolezza d’esser consapevoli di poter esser circondati da orsi, d’esser stanchi, spaesati e senza cibo.
Perché eravamo esattamente così e, almeno noi, ne eravamo estremamente consapevoli.
So che dentro quella stanza faceva veramente freddo, e non c’era un bagno dove potersi fare una doccia, e puzzavamo, perché dopo una giornata intera di trekking e sentieri sbagliati, un corpo, pur rimanendo in vita, comincia a puzzare.
I vestiti erano bagnati di sudore e fuori tirava un vento freddissimo.
Ma c’era la via lattea, ed era la prima volta in vita mia che vedevo la via lattea.
Era freddo, ed ero completamente sporca, affamata, stanca, distrutta.
Ed estremamente felice:
Faceva parte del viaggio, no?
Faceva parte del viaggio quell’accumulo di imprevisti che ci portò a sorridere di fronte a quella scia di stelle bianche,
e il resto perse di importanza.

Di Zara posso dire che mi è rimasta nel cuore come una delle città più belle e profumate di tutte le città europee che io abbia mai visitato. Posso dire che sa di pane buono, di brioches dolci e di brioches salate. Che ha un organo suonato dal mare e che suona una melodia che, se ti metti lì, seduta sugli scalini di quello che potrebbe essere un DO, un RE o una qualsiasi altra nota di quello spartito infinito, non te ne andresti più.
E una birra lì, di fronte a quel tramonto, e i colori del mare, e delle onde che si sciolgono delicatamente lì, sotto ai piedi della gente, diventa una birra speciale.
Anzi.
Quella birra diventa un attimo.
Un attimo infinitamente eterno, come i ricordi.
Io Zara la consiglio. Zara merita due giorni, merita d’esser vista, d’esser vissuta e d’esser ricordata.
D’esser inserita nell’album dei ricordi più belli di chiunque abbia la possibilità di farci due passi.

Un traghetto ci ha portato sulle coste di Dugi Otok, l’isola selvaggia.
Non avevamo soldi, veramente, e gli ATM erano esattamente sulla costa opposta.
Non avevamo soldi, e sorridevamo.
Piantammo la tenda nello spiazzo del campeggio, uno dei due che si trovano sulla parte settentrionale dell’isola, e cominciammo a farci i conti in tasca.
Potevamo mangiare due volte al giorno, e non più di un piatto a testa.
Fantastico.
Elettrizzante.
Ma a me non importava un granché. Di quell’isola ricordo il mare, che aveva lo stesso colore trasparente del cielo, perché il cielo è trasparente e riflette soltanto i colori che il sole decide di dargli.
Di quell’isola ricordo le strade deserte, gli arbusti e la poca gente.
E il silenzio.
E Dugi Otok l’ho vissuta così.
Un po’ di trekking per vedere il lago del sud, un po’ di camminate per raggiungere le calette e i tramonti più belli.
Di Dugi Otok ho imparato il nome per sbaglio, e ancora, dopo anni, non sono sicura di averlo imparato per bene.
Ma ho vissuto quell’isola per un po’ di tempo,
ed è stato tutto perfettamente bello così come era.
Senza soldi,
senza meta
senza problemi, che non fossero quelli di come fare ad arrivare al mare raggiungendolo a piedi.

Alla fine, come per ogni viaggio, anche la Croazia mi ha lasciato qualcosa, pezzi di vita, pezzi di istanti che mi porterò dentro sempre, ovunque io vada.
Ci sono paesaggi che non si scordano, parole che rimangono impresse, dette da gente conosciuta per poco più di due minuti nell’arco temporale di una vita.
Ci sono cose che non si dimenticano.
Un on the road inusuale nelle terre croate fa parte di quelle.


Romania. Una settimana nella Terra dei Vampiri

diario di bordo dedicato ad un unico viaggio fatto a ottobre 2016

C’era un motivo unico per cui, alla fine, avrei semplicemente voluto vivermi qualche giorno un po’ del clima rumeno.
Volevo vedere il Castello di Dracula, che poi scoprì chiamarsi Castello di Bran, che poi scoprì non essere esattamente il castello di quel famoso vampiro di quel film famoso che non avevo mai visto, perché a me i film horror proprio non piacciono.
Volevo vedere la Transilvania, se era come me la aspettavo; un po’ tetra, un po’ misteriosa, un po’ Transilvania, un po’ non sapevo, un po’ ero curiosa.
C’era un motivo ben preciso, per cui, alla fine, andai davvero in Romania.
Un biglietto low-cost da 35€ A/R con partenza da Bologna.
Perfetto.
Sarebbe stato il regalo perfetto per il mio compleanno. Perché quell’anno io stavo per compiere 23 anni, e non c’era niente di meglio, in quel momento, che compierli sotto il Castello di Bran.
In più era ancora più perfetto il fatto che io fossi amica di un ragazzo proveniente proprio dalla Romania e che, per di più, aveva la disponibilità di venire insieme a noi in quelle stesse date.
Perfetto.
Di lì cominciò il viaggio.
E fu un viaggio bello.

Ricordo bene che mi aspettavo più freddo, ed era freddo, per carità, ma era un freddo che potevo sostenere. Era fine ottobre e non era un clima poi tanto diverso da quello di inizio gennaio sulla costa nord-ovest della mia Toscana.
Bucarest ci servì soltanto per scendere dall’aereo, poi prendemmo subito un treno con direzione Brasov.
Eravamo a tutti gli effetti in Transilvania.

C’è da dire che Brasov è carinissima, si mangia bene e non si spende assolutamente niente in confronto alla qualità e alla quantità.
C’è da dire che in tutti i posti rumeni che ho avuto l’opportunità di visitare, il rapporto qualità-prezzo del cibo era estremamente favorevole.
Di Brasov posso ben parlare di quanto fosse al contempo piccola e al contempo colorata, e al contempo completamente diversa dallo stereotipo tipico rumeno che abbonda in Italia.
Volti cordiali, sorrisi spontanei, anziani un po’ titubanti di fronte alla stanchezza, ma forti come chi si rialza e affronta un’altra giornata prima dell’inverno.
Brasov l’ho vissuta per bene.
Compresa la cabinovia che saliva verso la scritta un po’ hollywoodiana che occupa un versante delle colline della città, un po’ tamarra sì, certo, ma il bosco, con la nebbia, la foschia e la pioggerella leggera di un autunno inoltrato rendevano tutto magico. Di lassù non potemmo vedere niente che andava oltre la nostra punta del naso, ma finimmo quasi per sbaglio esattamente dietro la grossa scritta Brasov, e quella fu una piccola e breve dose di adrenalina non letteralmente iniettata endovena, perché eravamo soli, e stava per far buio, e c’era le nebbia, il bosco, e forse i lupi, forse gli orsi, forse un mondo intero intorno che era impossibile da vedere. Solo quella B gigante e i pali di ferro a tenerla ancorata dentro al bosco.

Vedemmo anche la più colorata Sighisoara, bellissima, coloratissima, e potrei dire quasi romantica, se mi considerassi una persona tale da poter parlare di romanticismo. Lì c’è quella che fu la vera casa del Conte Dracula. Ma lì c’è anche una strada che sembra uscire direttamente dallo scatolone dei pastelli Giotto. Un po’ tutto il centro è così, mette gioia anche in pieno autunno. E l’autunno è sempre un po’ nostalgico, no?

Il giorno del mio compleanno cade sempre il solito giorno. Strano ma vero. Forse scontato. Ma quell’anno, quel giorno, lo passai a Brasov, e il giorno dopo partimmo per vedere questo famigerato Castello di Dracula.
Devo dire che di tutto ciò che potei vedere in Romania, non ho visto cosa più turistica di Bran. Anche il cielo è più turistico.
Credo valga la pena un passaggio da quelle parti una volta che parte un viaggio lungo i confini transilvanici, ma poi alla fine credo ci siano un sacco di cose che meritano di più.
Bello, con un’atmosfera da film, forse più per la conoscenza intrinseca che si ha della leggenda piuttosto che l’atmosfera stessa.
Ho avuto la fortuna/sfortuna di vederlo sotto la pioggia, che magari da un lato è molto più noioso e non invitante, dall’altro la pioggia rende tutto più misterioso.
Io ricordo solo che ero partita con l’idea di fare qualcosa di strano una volta arrivata lì, un po’ come Dracula, quello del film, il vampiro, che di strano ha il semplice e puro fatto d’esser proprio un vampiro.
Buttai in valigia il mio pigiama fatto a forma di scheletrino fluo e attraversai il cortile interno del Castello di Bran.
Mi sentivo importante.
Una figura mitologica fra il misterioso e l’atipico.
Qualcosa di perfetto in un contesto così cupo come un Castello fintamente appartenuto ad un vampiro.
Sì.
Ero perfetta. Mi sentivo tale.
E quel pigiama resterà sempre uno dei migliori pigiami che io abbia mai avuto.
E gli sguardi dei turisti incuriositi, che in pieno giorno si videro attraversare lo stesso cortile da loro varcato da uno scheletrino fluo, è qualcosa che ricorderò per sempre e che sempre mi regalerà un paio di sorrisi.

A Sinaia invece ci sono due castelli. Due castelli bellissimi, da favola, da cartolina, da tu che guardi con le pupille dilatate dallo stupore ciò che in quel momento è esattamente di fronte a te e, nonostante tutto, stenti a crederci. I castelli di Peles e Pelisor. Sono bellissimi, incastonati nei boschi, che d’autunno hanno il colore dei tramonti più belli.
A Sinaia c’è anche un pub dove con pochi soldi si fuma narghilè tutta la notte. C’è della musica, e forse, in stagione buona, anche qualche discoteca.
Ribadisco la bontà di quel che si mangia in Romania, o almeno in Transilvania.

Nei paraggi di Sinaia, a Busteni, trovammo anche un signore che sbandierava un foglio A4 camminando lungo una strada di cui non saprò mai il nome. So solo che il nostro amico rumeno ci parlò su un po’ e nemmeno dieci minuti dopo eravamo seduti sui sedili posteriori di un 4×4 di questo sconosciuto che ci promise di portarci laddove cominciava il sentiero per arrivare a Babele e Sfinxul, due particolari formazioni rocciose sulle vette della catena montuosa dei Bucegi. Il fatto è che a Babele e Sfinxul volevamo davvero andarci, volevamo salire in vetta, vedere qualche sprazzo di neve sparso a più di 2000 metri d’altezza, volevamo vedere un pezzo della catena montuosa dei Carpazi. Il fatto è che la cabinovia per arrivare su, partendo da Busteni, era chiusa per maltempo e quindi risultava impossibile salire, se non fosse che l’unico metodo che ci rimaneva in quel momento era dare fiducia ad uno sconosciuto che sventolava un foglio A4 con qualche paio di fotografie pubblicitarie dei posti che ci prometteva avremmo visto salendo su quel 4×4.
E adesso voglio arrivare al dunque.
La cosa bella del viaggio sta anche qua. Sta nel fatto che non sai mai se fidarti di chi hai davanti oppure no, perché incontrerai un sacco di persone sconosciute e dovrai decidere se fidarti oppure no. E allora guardi meglio gli occhi della gente, e i volti, e le mani, e il peso delle loro parole. Cerchi di capire meglio, di giudicare cercando un appiglio più giusto e non soltanto dall’impatto. Cerchi di capire.
E poi te la giochi, così come te la senti.
Il bello del viaggio è il peso che ogni singola persona ha dentro di te.
Io lo imparai quando cercai di guardare negli occhi di quella persona per capire se avrebbe preferito rapirci per chiedere un riscatto o semplicemente voleva portarci a spasso per le montagne, con un 4×4 bianco e dalle ruote giganti, in cambio di qualche soldo.
E, alla fine, capimmo giusto.
Perchè fu bellissimo.
Fu bellissimo salire, guadare fiumi, fu bellissimo parcheggiare l’auto e farci un paio d’ore di sentiero immersi fra il freddo, il vento, l’ossigeno diminuito e paesaggi senza fine.
Fu bellissimo farci guidare laddove non saremmo mai potuti andare se non avessimo concesso a lui la possibilità di lasciarci guidare.
Toccammo posti di cui non saprò mai il nome, perché quel signore parlava solo la sua lingua e il nostro amico faceva fatica a tradurre tutto.
C’era una grotta, qualche paesaggio, un po’ di persone, e alla fine anche Babele e anche Sfinxul e qualche sano ricordo.
Perché le montagne, del resto, sono sempre così; sembrano tutte uguali viste da lontano, ma sembrano sempre belle quando ci sei dentro, le vivi e te le imprimi dentro al cuore.

Quel che ho visto in Romania è bello.
E la consiglio.
Sono di parte io, io che consiglio un po’ tutto il mondo.
Ma, almeno laddove sono stata, posso dire che questo consiglio, più che consiglio, è una certezza.
Buon viaggio, ovunque siate diretti

Quella volta che sono stata in Spagna

diario di viaggio dedicato ad un totale di cinque viaggi fatti dal 2015 al 2019


La prima volta che sono stata in Spagna, dovevo ancora compiere 22 anni.
Da qualche anno avevo maturato e stavo maturando nuovi punti di vista, soprattutto sulla vita, un po’ in generale.
Una serie di vicissitudini fecero si che la mia visione di vita cominciasse ad abbracciare anche la concezione del viaggio inteso non più solo come vacanza, ma proprio come esperienza vitale.

Agosto 2015 fu il periodo in cui portai quelli che erano solo sogni accumulati fra i pensieri ad essere quella che era la mia realtà. Un biglietto aereo Pisa-Siviglia fu l’inizio di quello che ho deciso essere parte del mio percorso.
Il mio primo viaggio.

Dal 2015 al 2019 sono tornata in territorio spagnolo, che sia su terraferma che sia su isole, un totale di cinque volte.
Do alla Spagna un valore estremamente personale, forte, importante. Per me è l’inizio di tutto.
Ma poi c’è un calore, in quelle terre, che è qualcosa di speciale.

Sono stata principalmente nel sud, e nelle isole.
Ho potuto fare due on the road nell’Andalusia, e poi la più classica Barcellona, Ibiza in un’anticonvenzionale fuori stagione e una toccata e fuga a Formentera, quattro giorni di surf a Fuerteventura e due trekking nelle terre inglesi di Gibilterra, fra le scimmie e i sentieri fra gli arbusti per raggiungere la cima della rocca.

Quel che ho visto io, quel che ho vissuto, quel che mi è rimasto dentro, è una serie di emozioni bellissime.
Il sole caldo.
Il cibo buono.
La gente sorridente.
I paesaggi da brivido.
A me non piace far paragoni fra un posto ed un altro. Credo sia improponibile paragonare la Spagna al Myanmar, o la Polonia agli Stati Uniti. Ogni posto mi ha dato sensazioni, emozioni e ricordi diversi.
Quel che so è che in Spagna ho lasciato un pezzo di cuore grosso com’è grossa l’Andalusia.
Che il sole di Tarifa che se ne va incorniciando d’arancio le coste del Marocco non riesco a dimenticarlo.
Che a Siviglia ho bevuto una birra a 1,50€ e non ho più bevuto una birra così buona in vita mia. Forse una Corona, al tramonto, in riva all’oceano. Forse era solo l’idea di un momento speciale a rendere quella birra più buona delle altre.
Non mi importa.

Io in Spagna ci tornerei altre mille volte ancora.
Vorrei vedere il mondo, tutto quanto, ma fermarmi di tanto in tanto in quelle terre calde del sud spagnolo, oppure, un giorno, vederne il nord.
Amo l’accento ispanico, quel loro rendere ogni parola similmente festosa.
Forse è il sentirmi inspiegabilmente a casa, senza saperne nemmeno il motivo.
Tornare in quelle terre è un po’ come tornare nella mia camera, stendermi sul letto e sapere che sono esattamente dove vorrei essere.

Le strade dell’Andalusia sono bellissime. Passano fra colline, montagne, spiagge e città storiche.
Io l’ho vissuto esattamente così.
Musica alta, una Golf rossa,
era esattamente così la prima volta.
La seconda no, la seconda volta era un’auto senza un minimo di tenuta di strada, una curva poteva essere il rischio di morte di cui tanto l’essere umano ha paura.
Ma andava bene lo stesso. C’era un mondo fuori che dovevo vedere, e quei chilometri ne facevano parte.
Se faccio il resoconto dei due on the road, sono riuscita a vedere le più grandi città di Malaga, Siviglia, Cordova e Cadice.
Le più piccole Ronda e Tarifa.
A Tarifa ho pure fatto surf. Era la prima volta che tornavo a surfare dopo un lungo periodo di stop dovuto a problemi con la mia maledetta schiena.
Io non lo so spiegare, a parole, quel che vuol dire tornare sulla tavola.
Le belle emozioni non si possono descrivere a parole.
E questo è il surf.

Gibilterra l’ho toccata per ben due volte. E raggiungerne entrambe le volte la cima a piedi.
Le scimmie, per esempio, sono qualcosa di unico. Talvolta mi chiedo quanto sia esagerata la somiglianza fra noi e loro.
E talvolta mi chiedo chi delle due specie è la più evoluta e, forse, la risposta già ce l’ho.

Ma per chi ama l’avventura, viaggia anche per la mera idea del selvaggio. Fuori dai centri urbani. E’ lì che c’è il bello, è lì che mi perdo.
E’ lì che mi ritrovo.

Ho percorso il Caminito del Rey, ma, ad essere sincera, non mi va di consigliarlo molto. E’ pubblicizzato in modo particolarmente estremizzato e confido nella certezza che nell’Andalusia ci siano posti selvaggi che veramente meritano d’esser visti.
Per esempio anche il solo camminare fra le dune di sabbia fra Punta Paloma e Playa de Bolonia, oppure percorrere un sentiero non segnato che da un View Point nei pressi di Ronda, scende fra gli arbusti fino al fiume che passa sotto il ponte della città, e starsene lì, e sentirsi lontani dal mondo e così vicini a tutto.
Vicino Ronda c’è anche la Laguna de Fuente de Piedra. E’ una zona paludosa dove è possibile avvistare fenicotteri, ed è bellissimo. E’ bellissimo perché, passandoci poco prima dell’ora del tramonto, la zona è quasi completamente deserta, per non dire tale.
Ed è bellissimo.
E’ bellissimo sentirsi lì, di fronte ad una laguna di cui non si riesce a veder la fine, e non sentire nessun altro rumore se non quello dei tuoi passi.


Di Barcellona invece non ho molto da dire.
E’ una città meravigliosa, amo il quartiere gotico, ma non la considero una delle mete più belle che io abbia potuto toccare in terra ispanica.
E’ sicuramente una città che richiede almeno tre-quattro giorni pieni da dedicare interamente al suo centro e ai suoi musei.
La gente spaccia su La Rambla con la stessa facilità con cui respira, ma ho potuto soggiornare in una camera condivisa da un gruppo di studenti, esattamente in una delle vie che, a pelle, sembrava una delle più malfamate, e non ho avuto alcun tipo di problema.
Barcellona è una metropoli artistica, merita d’esser vista, merita d’esser vissuta.
Merita di perdersi fra le strade del Barri Gòtic molto più che su la più rinomata Rambla.

Voglio concludere.
E voglio concludere con quel che mi disse un barista, sorridendo, quando mi vide felice d’esser lì in quella piazza a Siviglia di cui non ricorderò mai il nome.
Mi sorrise,
aveva un po’ di barba, ma il sorriso si vedeva lo stesso.
“¡qué suerte!”
Già.
Che fortuna!
La fortuna d’esser lì.
In quel momento.
In quell’istante.

E brinderò sempre a quei tramonti,
alla Spagna,
e a ogni ritorno in quella terra.

La storia di Everett Ruess, il ragazzo che viaggiò nell’ovest

Everett fu un ragazzo nato negli Stati Uniti e partito alla scoperta del grandioso west. Ha molte somiglianze con la più conosciuta storia di Chris McCandless, ma è partito prima, ed ha vissuto, purtroppo una vita più breve.

“Una notte, tanto tempo fa mentre mi lanciavo irrequieto sul mio letto, un’idea si è cristallizzata in me. . . Il mio cervello era occupato con immaginazione tesa. . Nella mia mente avevo evocato migliaia di città dimenticate, lasciate indietro negli anni; trasparenti montagne grigie; miglia su miglia di deserto spoglio e ostile; laghi freddi. . . giungle piene di serpenti mortali, immense farfalle, colori brillanti, febbre e morte. Ho nuotato in acque color corallo. Attraverso un calore insopportabile e incessanti acquazzoni, mi sono avvicinato […]”

— Everett Ruess

Molti viaggiatori sono cresciuti, maturati, cambiati (o qualsiasi altro verbo che sotto nasconde un principio di trasformazione) guardando il film Into the Wild, leggendo la storia di Chris, guardando quelle immagini, focalizzandosi su quelle parole. Tanti sono partiti per la selvaggia Alaska, solo per raggiungere, come fosse la mecca dei viaggiatori selvaggi, il Magic Bus, perso nei boschi remoti raggiungibili dallo Stampede Trail.
Tanti anni cambiato la concezione di viaggio, addirittura la concezione di vita. E io mi riservo il diritto di dire apertamente che io sono esattamente in quel gruppo.

L’idea del viaggio di scoperta, partire per appoggiarsi al verso senso della Terra, al contatto con la natura più selvaggia, a contatto con la solitudine e l’approccio all’esistenza vera, quella pura. L’idea di vivere, di sapere, di sentirsi pieni. La sete di conoscere, di vagare, senza meta ben precisa, per il mero gusto di vagare. Per sentirsi vivi, fuggitivi da quella realtà stretta che è la società oppressiva in cui siamo nati.
Perché, prima di tutto, siamo parte della Terra, parte di noi stessi, parte di una vita che va vissuta per bene, e, solo dopo, di una società che spesso nemmeno ci appartiene, ma in cui ci sentiamo in dovere di progredire senza lottare.

Allora si parte. Si viaggia. Si cerca il bello laddove si può trovare, che è un po’ ovunque, e questo è il motivo per cui chi viaggia, poi, decide di non fermarsi più.
Un po’ come Chris, raccontato da Krakauer nel suo libro, oppure come il ragazzo di cui parlerò adesso, meno conosciuto, ma partito prima, partito anche lui alla scoperta dell’ovest americano, del deserto, laddove diceva di ritrovare se stesso.
Everett Ruess era una ragazzo intelligente, un’artista eclettico, un pittore e scrittore, ma prima di tutto una persona di una sensibilità spiccata che bramava il selvaggio, il deserto e l’essenza più pura di una vita vissuta davvero.

Everett Ruess nacque ad Oakland, California il 28 marzo 1914. Era il più giovane di due figli di Stella e Christopher Ruess.
Durante l’infanzia la famiglia era costretta a spostarsi spesso perché il padre, Christopher, era un ministro unitario.
Everett passò velocemente dall’usare giocattoli per bambini a scolpire il legno, modellare l’argilla e a disegnare. A 12 anni trovò velocemente quella che poi fu uno dei suoi principali elementi: la scrittura. In breve tempo uscirono fuori saggi, poesie ed un diario letterario che, in breve tempo, crebbe in volumi, raccontando pagine e pagine di viaggi, pensieri e opere. Nel 1930 la famiglia si spostò a Los Angeles, e fu per Everett una sorta di rivoluzione. Seguì un corso di scrittura creativa presso la Los Angeles High School, vincendo successivamente anche un premio di poesia alla Valparaiso High School, in Indiana, col suo poema indiano “The Relic”. Alla Hollywood High School fu eletto segretario-tesoriere del Tabard Folk, il club letterario della scuola e, nello stesso anno, pubblicò anche un poema originale, “Solitario”, nell’annuario.
Già in questi anni Everett dichiarava l’amore per il selvaggio. Le sue poesie parlavano di paesaggi, di vento, di sabbia, dell’irrequietezza dell’oceano e dell’attrazione verso le montagne. Il deserto era una costante.

“Sulle coste desolate e spazzate dal vento. . . mi sono accampanto. Sulle rive dell’Amazzonia pigra ho acceso i miei fuochi. . . Ho camminato da solo attraverso il deserto. . . Mi fermai sulle isole sferzate dalla tempesta, osservando cime lontane. Poi mi sono accampato sotto di loro in valli ombreggiate, guardando il tramonto. . . Queste sono le cose che ho visto e le esperienze vissute in quella notte. Ora è la sera prima che io vada. Ancora una volta penso a ciò che mi aspetta.”

Everett Ruess

Nell’estate del 1930 e proseguendo poi nell’estate del 1933, viaggiò attraversando i parchi di Sequoia, Yosemite e dell’Alta Sierra. Durante i suoi spostamenti non smise mai di dipingere, scrivere e leggere, cercando in qualche modo di trovare la giusta via per soddisfare le sue esigenze di artista nomade quale era.
Fra il 1931 e il 1934 viaggiò fra Arizona, Utah, New Mexico e Colorado, spostandosi in sella, che fosse su un cavallo o su un asino o su un vitello, cercando un contatto con le popolazioni Navajo, esplorando le vecchie abitazioni rupestri, ma, soprattutto, cercando nel deserto e nel viaggio la vera essenza della sua vita. La conoscenza, l’esperienza e, di fatto, l’esistenza.
Ruess ebbe un successo al tempo artisticamente limitato, scambiava le sue stampe e i suoi acquerelli per pagarsi i suoi spostamenti e i suoi viaggi, ma si affidò principalmente al sostegno economico dei suoi genitori.

Nel 1934, lavorò con gli archeologi dell’Università della California, scavando nei pressi di Kayenta, prese parte a una cerimonia religiosa Hopi, arrivando ad essere l’unico bianco ad essere dipinto quell’anno dagli Hopi stessi per la loro tradizionale danza dell’antilope, e imparò la lingua Navajo, cantando anche canzoni native. Sopportò stoicamente, imparando la lezione degli antichi indiani, le difficoltà della vita solitaria.
Tra le terre desolate della terra trovò quella che definì “una corrente sotterranea di irrequietezza e brama selvaggia“.
Solo in un’immensità di sabbia alla deriva, Everett dimenticò il passare del tempo. Era affascinato dal mistero del vento, promettendo di rivelargli i segreti della distanza che aveva preso dalla società. Perché stava trovando quella bellezza che cercava. Lui stava viaggiando, stava scalando scogliere, esplorando, dipingendo, stava scrivendo e conoscendo il mondo, ma, soprattutto, stava vivendo.

Dite che ero affamato; che ero perso e stanco:
Che ero bruciato e accecato dal sole del deserto;
Piedi indolenziti, assetato e malato di una strana malattia;
Che ero solitario, umido e freddo, ma che ho mantenuto stretto il mio sogno!

traduzione di “Wilderness Song, Everett Ruess

Wilderness Song sembrò quasi profetica. Perché Everett non riuscì più a tornare da uno di quei suoi lunghi viaggi.
Per quanto ancora è noto, non riuscì a festeggiare il suo ventunesimo compleanno.

Era una giornata fredda, quel novembre del 1934.
Tutto il territorio degli Stati Uniti aveva vissuto la Grande Depressione per più di cinque anni, e nessuna città più di Escalante aveva sentito così forte il morso della  povertà.
Fondato da pionieri mormoni cinquantanove anni prima, il piccolo insediamento nel sud dello Utah, allora una delle città più remote degli Stati Uniti, era stato colpito in estati successive da una epidemia di cavallette che avevano devastato  i raccolti e dalla peggiore siccità in quasi otto decenni.
Nel tardo autunno, l’arrivo di qualsiasi visitatore ad Escalante era un evento davvero raro. E’ stato tanto più sorprendente, poi, quando videro quel ragazzo magro dai capelli biondi, arrivare da ovest in città, in sella a un piccolo asino e con un altro alla briglia pieno di attrezzatura da  campeggio.
Il suo nome, come aveva detto alla gente del posto, era Everett Ruess. Veniva dalla California. E anche se aveva solo 20 anni, aveva vagato da solo tutto il sud-ovest americano per la maggior parte dei precedenti quattro anni.

tratto da Everett, testo originale di David Roberts – Traduzione

Il 12 novembre 1934, Ruess partì da solo nel deserto dello Utah, partendo da Escalante e prendendo due asini come animali da soma. Partì per scrivere, dipingere ed esplorare un gruppo di vecchie abitazioni rupestri indiane. Partì per il mero gusto dell’avventura. Che fa parte della vita, del resto. E chi ha l’anima avventuriera, deve partire perché quell’anima freme.
Dei giovani ragazzi di Escalante cavalcarono con lui a cavallo lungo i crinali vicini, condividendo la cena cucinata sul falò a base di carne di cervo e patate. Nella sua ultima notte in città, Ruess andò con un paio di ragazzi del posto al cinema locale. Ruess se ne andò poi fuori città, si diresse verso sud-est lungo l’Hole in the Rock Trail” verso un altopiano arido che la gente del posto chiama “Il Deserto”.
Il giorno prima, aveva spedito un’ultima lettera al fratello in California. “Può darsi debbano passare un mese o due prima che io possa recarmi ancora in  ufficio postale”, scrisse Everett, “perché sto andando in esplorazione verso sud lungo il fiume Colorado, dove non vive nessuno“.
Una settimana più tardi, a cinquanta miglia da quel punto, fu visto seduto attorno ad un falò assieme ad un paio di pastori di Escalante.
Un altro pastore riferì di averlo visto il 19 novembre 1934 vicino a dove il torrente Escalante sfocia nel Colorado.
Di lì, nessuno ebbe più notizie di Everett.

All’inizio del 1934, Ruess disse ai suoi genitori che sarebbe stato irraggiungibile per quasi due mesi, ma circa tre mesi dopo la sua ultima corrispondenza iniziarono a ricevere la posta non richiesta del figlio. Fu questo a far scattare l’allarme per le ricerche. Quel plico di lettere mai ritirate dal figlio che si videro ritornare a loro senza essere nemmeno state aperte. Scrissero una lettera all’ufficio postale di Escalante, nello Utah, il 7 febbraio 1935. Erano già passati quattro mesi dall’ultimo avvistamento del ragazzo, che risaliva a quel novembre 1934 nei pressi di Escalante. Un commissario della contea di Garfield, H. Jenning Allen, vide la lettera e decise di formare un gruppo di ricerca con altri uomini in quell’area in cui poteva essere scomparso.  Gli indiani e gli scout cercarono pozze d’acqua e segni della sua scomparsa, o, ben sperando, della sua presenza. I due asini con cui Everett partì furono trovati vicino al lato nord di Davis Gulch, lungo un canyon del fiume Escalante. Gli unici due segni distintivi di quello che poteva esser stato il passaggio di Ruess, furono un recinto che aveva fatto nel suo campeggio a Davis Gulch e un’iscrizione trovata nelle vicinanze dal gruppo di ricerca, con le parole “NEMO nov 1934“. Allen riferì la scoperta ai genitori di Ruess in una lettera dell’8 marzo 1935. Il 15 marzo, dopo aver completato un ultimo tentativo di trovare Ruess nei pressi dell’altopiano di Kaiparowits, il commissario Allen scrisse un’ultima nota alla famiglia chiamando un terminare gli sforzi di ricerca.  Alla fine, fedele al suo credo da campeggio “quando vado, non lascio traccia“, Everett svanì nel nulla.
Il deserto aveva reclamato Ruess, scrittore, avventuriero e artista I suoi dipinti parlavano di quella desolazione oscura delle abitazioni lungo la scogliera. La sua poesia parlava del vento e degli umori della terra desolata.
Everett apparteneva al deserto.
E il deserto, alla fine, lo ha reclamato a sé.

Per decenni, decine di viaggiatori sono scomparsi nei territori del sud-ovest, ed i loro resti sono stati trovati raramente. Il mistero dalla loro sparizione di solito dura solo un paio di settimane sui giornali.
Ma la scomparsa di Everett Ruess ha dato inizio a quello che può essere chiamato “un culto”. Nel west, la semplice menzione della sua storia non mancava mai di provocazioni accese e dibattiti sulle possibili modalità della sua avvenuta morte.
Nel 1940 fu pubblicato “On Desert Trail with Everett Ruess”, un insieme di estratti di lettere spedite a casa dal giovane, di sue poesie e dei suoi saggi, insieme ad acquerelli e incisioni xilografiche. Fu il primo di sette libri e due film a documentare la vita e la scomparsa del giovane esploratore. Nel 1996, Krakauer dedicò pagine e pagine del libro “Into the Wild” allo stesso Everett, dichiarandolo un fratello non di sangue del più conosciuto Chris McCandless. La memoria di Everett non morirà mai nel cuore di chi, dentro, ha quella stessa sensibilità, la curiosità del bello da esplorare, da vivere, da sentirsi vivi.

In decine di lettere inviate a casa Ruess parla dell’amore spasmodico verso il deserto: “Ho visto più bellezza di quanto uno possa sopportare“. Ma non mancano mai i vuoti di disperazione di una possibile morte imminente.    “Devo considerare la mia breve vita piena di eventi interessanti“, scrisse a suo fratello dall’ Arizona all’età di soli 17 anni. “Andrò in qualche posto selvaggio, in un luogo che ho conosciuto e amato. E non ritornerò più.”
Quasi come se davvero sapesse dove incontrare il suo destino.
Era convinto di essere destinato a vivere una vita solitaria.
I miei amici sono stati pochi“, aveva scritto a un confidente nel 1931, “perché sono una persona bizzarra.
Pochi giorni prima del suo arrivo in Escalante, scrisse a suo fratello: “Mi sono fermato qualche giorno in una piccola città mormone e mi ha deliziato lo spettacolo di vita familiare, di funzioni in chiesa, di danze. Se fossi rimasto più a lungo mi sarei innamorato di una ragazza mormone, ma penso che forse è meglio che ciò non sia successo. Sono diventato un po’ troppo diverso dalla maggior parte del resto del mondo“.
In contrasto con la sua scrittura, le xilografie e i dipinti di Ruess sono sorprendentemente semplici e vivaci, condensando il paesaggio in un paio di elementi in grassetto in una tessitura minimalista  giapponese.

La scoperta da parte di Denny Bellson di un sito su Comb Ridge, vicino a Bluff, Utah, aggiunse un mistero alla morte del giovane. Una svolta apparente è arrivata nel 2008 quando un anziano Navajo, Aneth Nez, affermò che Ruess fu assassinato da due nativi Ute che volevano rubargli i suoi due asini. Ossa e denti trovati nella tomba da Bellson presumibilmente corrispondevano alla razza, all’età, alle dimensioni e ai lineamenti del viso di Ruess.
La scoperta dello scheletro dell’ esploratore Everett Ruess, come dettagliato nel numero di  maggio 2009 di ADVENTURE (“Finding Everett Ruess”), sembrava essere un colpo eccezionale. Un team di scienziati forensi aveva spiegato un caso notevole, supportato da un test del DNA che legava le ossa trovate nel deserto dello Utah all’esploratore scomparso.
Nell’aprile 2009, il confronto tra il DNA dei resti e quello dei nipoti di Ruess e il confronto del cranio con le fotografie, sembrava confermare che i resti fossero quelli del giovane. Due mesi dopo, tuttavia, Kevin Jones, archeologo statale dello Utah, affermò il contrario: i resti probabilmente non erano di Ruess, dal momento che le registrazioni dentali degli anni ’30 non corrispondevano a quelle delle fotografie pubblicate del corpo. Il 21 ottobre 2009, l’Associated Press riferì che i test del DNA condotti dall’Armed Foces DNA Identification Lavoratory (AFDIL) confermavano la tesi di Jones. Furono identificati come di probabile origine dei nativi americani. Un successivo articolo del National Geographic Adventure Magazine identificò i problemi nel software di abbinamento del DNA come la fonte dell’errore. In questo caso specifico, un insieme di errori riuscì a complicare, piuttosto che risolvere, un mistero che durava da 75 anni.
Nel marzo 2010, la famiglia di Joe Santistevan, nativo americano, fu contattata dall’ Armed Foces DNA Identification Lavoratory (AFDIL) e fu informato che il DNA dei resti inizialmente identificati appartenuti a Ruess corrispondevano in verità esattamente a Santistevan.  I resti furono restituiti ai Navajo.

Van Gerven, che eseguì la ricostruzione facciale, rimase interdetto dai nuovi risultati. “Morirò nella mia tomba ancora convinto che non abbiamo potuto escludere questa corrispondenza basata sulle migliori evidenze anatomiche,” disse. La famiglia Ruess accettò di restituire i resti di quel giovane corpo alla Navajo Nation. Fu Ron Maldonado, archeologo di vigilanza alla Nazione Navajo, a occuparsi di riseppellire le ossa in un luogo sicuro e segreto.   Anche quando la famiglia Ruess accettò di lasciare le spoglie del loro possibile famigliare ai nativi americani, il nipote di Everett, Brian Ruess, confidò che credeva nella storia di Aneth Nez sul fatto di essere stato lui testimone dell’omicidio di un giovane uomo bianco a Chinle Wash.
Ma è lo stesso Brian a dirsi convinto, dopotutto, al di là dei fatti e delle ovvie speranze che i famigliari sempre riporranno in quegli studi scientifici, che la storia, alla fine, dia semplicemente una spiegazione a quella che è la vera realtà dei fatti: “E’ stato proprio così. Bellson aveva scoperto il corpo sbagliato. […] Everett semplicemente non vuole essere trovato.

Se la morte di Everett rimarrà forse per sempre un mistero, la sua storia è abbastanza conosciuta da esser già diventata una sorta di leggenda.
C’è il fatto che la mera idea del viaggio, della scoperta e dell’esplorazione porterà sempre gli intrepidi a non fermarsi laddove ci sono le resistenze per raggiungere i sogni.
L’idea del viaggio nella sua concezione più pura, rappresenta per definizione di questi avventurieri, la vera essenza dell’esistenza umana.
Per questo si rischia. Per questo Everett si è incamminato lungo un percorso che, purtroppo, è arrivato al termine prima del previsto.
Non è nella ricerca della morte che si è spinto, ma, piuttosto, nella ricerca di una vita da esteta, la sua, intesta come cumulo di esperienze e di bei ricordi, e di un costante presente vissuto per bene.
Lui sapeva di poter avere solo un’occasione di vita, o, per lo meno, di averne l’assoluta certezza.
Per questo non si lasciò sfuggire la possibilità di cercare se stesso.
Per questo non si lasciò sfuggire la possibilità di viaggiare.
Everett era un sognatore, un’artista, un essere umano di una sensibilità impareggiabile.
Apparteneva alla Terra, e la Terra ha deciso di tenerlo con sé.

Come Chris, come Everett e come tanti viaggiatori ed esploratori che hanno vissuto la loro vita lontano dall’oppressione della società, bisogna lottare, sempre, costantemente, per sentirsi parte del mondo.
Non dovremmo mai dimenticarcelo,
quando ci sentiamo fuori luogo, quando ci sentiamo diversi, assurdi, lontani o persi.
Non dovremmo mai dimenticarlo.
Di lottare,
di vivere,
di sentirsi vivi.
Di fare della nostra vita il capolavoro più bello, di sentirsi parte del mondo, quello vero, che sta ben oltre le regole imposte dalla società, che sta ben oltre le linee guida di una normalità che di normale ha soltanto il nome scritto sul dizionario.
Sentiamoci liberi di essere, di esistere, di viaggiare.
Non mi sento in dovere di giudicare chi purtroppo è morto lottando per sentirsi vivo, come appunto in questo caso lo è stato Everett, ma come lo è Chris McCandless e chiunque altro. Nessuno dovrebbe sentirsi in dovere di giudicare determinate imprese.
Non sono partiti per morire, ma la morte è capitata vivendo. Proprio come ogni giorno, sulla faccia della Terra, succede.
Quindi viviamo, il meglio possibile, cercando di vivere la felicità laddove la si trova.
Per questo in tanti partono.
Perché forse la felicità non è statica, è in movimento, e il viaggio stesso è movimento.
Costantemente.

Quindi,
alla fine di tutto,
se potete, quando potete, sforzatevi di potere se davvero volete, viaggiate. E fatelo davvero. Sentitevi parte del mondo in cui siete. Sentitevi parte di una strada. La vostra. Poi chiamatela pure strada, poi chiamatela pure vita, l’importante, e concludo, è percorrerla davvero.

Siate felici.

L’avventura è per gli avventurosi.
Il mio volto è pronto.
Vado a costruire il mio destino.
Possano molti altri giovani che siano da me ispirati lasciare la comoda sicurezza della loro strada e seguire la fortuna in altre terre.

Everett Ruess

Fotografie:
https://stevenrjerman.com/EveretRuessnet/
http://emotionsofamerica.blogspot.com/2013/02/cercando-everett-ruess-per-75-anni-la.html

Referenze:
https://en.wikipedia.org/wiki/Everett_Ruess
https://www.everettruess.net/the-dream-of-everett-ruess/
http://emotionsofamerica.blogspot.com/2013/02/cercando-everett-ruess-per-75-anni-la.html


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10 canzoni perfette per un On the Road nel Far West

Perché i vagabondi come noi, baby, sono nati per correre

— Born to Run, Bruce Springsteen


Io non so se voi siete mai stati nel Far West, quello agognato dal resto del mondo, quello dei film, delle leggende sull’America.
Il Far West, quello dai colori dorati, dall’aria che sa di polvere e di deserto.
Quello attraversato dalla Mother Road,
quello cantato da Bruce Springsteen fra una canzone e l’altra di tutta la sua discografia.
Il Far West.
Quello bello.
Quello che al tramonto prende i colori del sole e di giorno i colori della strada infinita, un contachilometri che non smette di segnare il passare delle miglia ora dopo ora.
Perché si tratta di attraversare l’Arizona per finire in California.
Io parlo di quel Far West.
Quello che si sogna,
e se ci si spera abbastanza da poter realizzare quello che per molti è soltanto un pensiero,
un biglietto aereo ci potrebbe scaricare a Los Angeles, o magari a Phoenix, o a Chicago. Oppure ovunque.
Un biglietto aereo potrebbe portarci ovunque.
Anche nel Far West.
Anche sulla Route 66, a percorrere quel tragitto che la gente pensa esista solo nei film.
O in un mondo parallelo.
Ed invece è proprio là.
Negli Stati Uniti.

Io ho avuto la fortuna di andare.
Ho avuto la stessa fortuna per ben due volte e sono qua ad aspettare di tornarci ancora,
e ancora,
e ancora.
Noleggiare un’auto, partire, aprire i finestrini e sparare la musica alla stessa intensità di tutte quelle emozioni che corrono, miglio dopo miglio, la nostra stressa strada.
Ed è proprio di musica che voglio parlare.
Perché non c’è On The Road più perfetto di quello fatto con la giusta colonna sonora.
Ecco allora che mi va di condividere quelli che per me sono stati alcuni dei tanti pezzi che hanno accompagnato me e i miei compagni di viaggio in quelle distanze infinite e quei paesaggi che, ancora oggi, seduta sulla sedia della cucina di casa mia a dodici ore di volo di distanza da quelle zone, fanno ancora parte della parte più preziosa del mio passato.


10 CANZONI PERFETTE PER UN ON THE ROAD PERFETTO



10. County Line – Sugarland


9. I’m Going Down – Bruce Springsteen


8. Don’t Stop Believin’ – Journey


7. Summer of 69 – Bryan Adams


6. You Shook Me All Night Long – AC/DC


5. That Don’t Impress Me Much – Shania Twain


4. Walk This Way – Aerosmith


3. Born in the U.S.A. – Bruce Springsteen


2. La Grange – ZZ Top


1. Settlin’ – Sugarland



10 canzoni sono poche.
Potrei stare qua a raccontarvi di quant’è stata infinita la nostra colonna sonora lungo quel viaggio.
Ma ci sono note speciali, accordi importanti, emozioni personali, talmente tanto forti che provare a condividerli con il giusto tatto, se non sentiti sulla propria pelle, risulta impossibile.
Il fatto è che ognuno, ad ogni viaggio, ad ogni istante di vita speciale, ha la sua personale colonna sonora.
Alla fine basta partire,
basta partire anche senza musica, anche senza radio.
Il resto viene da sé.
Voi in ogni caso partite,
se potete,
fatelo.
E buon viaggio, ovunque voi siate diretti.


foto in alto: www.rollingstone.it

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La forza di viaggiare mi ha aiutata a reagire


La prima volta che capì che avrei dovuto percorrere la MIA strada era quando finì sul lettino di un ospedale. Ebbi così tanta paura che promisi a me stessa che avrei fatto di tutto per realizzarmi, a costo di andare in quella direzione considerata anticonformista. Ma poi se la conformità è esser tristi e apparentemente appagati da una vita in cui gli spiragli di felicità sono molti meno di quelli di tristezza, io voglio essere anticonformista.
Voglio essere “anticonformamente felice”.
E la strada per essere felici, in questo mondo, in questa società, è così lunga e tortuosa. Avevo 16 anni.
Ero talmente piccola che mi dimenticai presto questa cosa. E niente. Sono dovuta rifinire in ospedale due volte, e la seconda avevo poco più di 19 anni. Ho dovuto imparare a fronteggiare quella maledetta ipocondria che ha preso possesso del mio corpo e che mi ha lentamente distrutto, e fronteggiare la paura di tornare di nuovo sul lettino di un ospedale.
In quel periodo avrei dovuto prenotare il mio primo volo, il mio primo vero viaggio. Avrei finalmente viaggiato.
Ero così contenta.
Ma poi BOOM.
“Ti devi operare”.
Mi dovevo operare.
Quanto ho pianto. Avevo solo paura. E ognuno reagisce a modo suo. Io piangevo. E poi decisi di smettere di versare lacrime e di focalizzarmi sul tempo, sulla felicità, sulla mia vita, su tutto.
Un film mi ha radicalmente cambiato il senso di lettura di tutto. E io odio i film. Odio la televisione. Odio la falsità degli schermi.
Ma quel film era vero.
Ed era un po’ c’ho che avevo bisogno di sentirmi dire.
Into the Wild.

Tre libri mi hanno rivoluzionato il mondo di vedere le cose. Devo molto alle parole di Sergio Bambarèn.

Io sono cambiata.
Sono diventata più forte, più risoluta, più ambiziosa, rendendomi, agli occhi degli altri, più egoista e più fredda.
In realtà cercavo soltanto il mio spazio, a dispetto di tutto e tutti. Che poi la capacità di indipendenza non è egoismo.
Ma poi dovevo diventare grande, e i sogni si mettono da parte quando si è grandi. Deve star scritto sulla clausola per diventare adulti: “Metti da parte i sogni, schiavo”. Il Super Io diventa troppo Super e la coscienza un po’ troppo scrupolosa.
Finché quei sogni non li ho buttati tutti dentro ad un bidone e vivevo per lavorare.
Finché lo stipendio a fine mese non è cominciato a diventare il mio unico scopo di vita,
finché le ferie non sono diventate l’unico motivo per cui lavoravo.
Ed è così paradossale.
Cominciai ad accorgermi di aver frequentato persone sbagliate, che mi hanno condizionato la vita in peggio. Mi hanno buttato dentro paure apparentemente invalicabili. Mi hanno buttato contro offese che non mi meritavo.
E mi sono allontanata.
E mi sono sentita sola.
Fragile.
Estremamente impaurita.
E, mentre cercavo di riprendere forze, c’erano cose ancora più forti di me che mi buttavano ancora più a terra.
Ed era la consapevolezza interiorizzata di non percorrere la strada che ambivi.
Finché non mi accorsi che non volevo più vivere così.
E me ne accorsi quando fu il corpo a dirmelo, perché la mia mente me lo aveva detto tanto tempo prima, ma io non volevo ascoltarla. Quando il mio corpo si è fermato, accasciato a terra, dicendomi che lui, quelle cose, non le voleva più fare. Non era la sua strada. Non è la mia strada. Tutto c’ho che avevo fatto fino a quel momento mi aveva aiutato, ma era arrivato il momento di riprendere il cammino giusto.
A un certo punto la giusta dose di sicurezze, non era più tanto giusta per me. E quelle sicurezze dovevo toglierle e dovevo trovare il compromesso giusto con la felicità.
E i miei sogni, le mie passioni, il mio modo di vivere, e, ancor di più, la vera me stessa, mi urlavano contro.
E il mio corpo si rifiutava.
E quella brutta bestia che si chiamava depressione stava diventando così forte da non permettermi più di rendermi conto che avevo solo 25 anni. Me ne sentivo 95, in principio di morte.
E, ancor di più, avevo perso la capacità di capire che avevo solo una vita davanti.
E non era quella.
E’ lì che il mio corpo ha cominciato a diventare solo un accumulo di ossa e dolori,
e gli occhi perennemente gonfi di lacrime.
E non avevo più forza di reagire, ma solo di crollare.
E quei sogni dove erano finiti?
E quelle ambizioni?
Quella forza di vivere che avevo?
Quella voglia di stupirti di tutto?
E quelle lunghe camminate in montagna, l’aria pulita, e il surf, che Dio solo sa quanto mi mancava, e il mare, le onde e i tramonti.
Che non li vedevo da troppo tempo.
E la gente che amavo, i miei amici, la mia famiglia.
Mi sentivo solo ed esclusivamente nervosa. Nevrotica. Triste.
E tutto intorno è nero.
Talvolta riemergevo, talvolta ricadevo.
Ed era sempre tutto più nero. E faceva così tanta paura.
Finché non mi sono accorta che era l’ora di esplodere, e esplosi.
E cercavo quella forza che avevo perso.
E non la trovavo.
E mi sembrava di odiare tutti.
E forse era davvero così.
Ma poi mi accorsi che in tutto quel buio avevo pure imparato ad amare.
Ma non avevo la forza nemmeno di amare me stessa per prima.
E allora dovevo combattere.

Lavorerò duramente tutti i giorni per esser felice.
Per tenere lontano da me quel brutto mostro che si è preso corpo e mente.
Lavorerò per realizzare i miei sogni,
per surfare tutte le volte che potrò,
per continuare a salire sulle vette più belle delle montagne più belle, anche se, che stupida, tutte le montagne sono belle.
Imparerò a sorridere di gusto,
ad esser presente.
Mi impegnerò a tenere un corpo e una mente forti.

Viaggerò.
Dovrò farlo.
Dovremmo farlo tutti.
Perché non possiamo vivere con la presunzione di sapere chi siamo in un mondo che è più vasto di quel che si vede ben oltre l’orizzonte.
Ogni orizzonte sarà un nuovo inizio.
O il bel continuo di una bella storia.
La mia vita.

Non voglio vivere una vita che non è la mia.
Ci proverò fino alla fine.
Me lo dirò tutti i giorni, quando ci crederò un po’ meno, che io, alla felicità, non ci voglio più rinunciare.

Imparerò ad esser fiera di me, a credere a me stessa,
a non perdere il sorriso,
a non perdere le speranze.

La vita è una.
Accetto che voi abbiate la possibilità di credere in reincarnazione, in resurrezione, in paradiso o inferno, in sette vite anche se non siete gatti, in scissione di anima e corpo.
Io, almeno per ora, credo che la vita sia solo una.
O almeno non ho la certezza del contrario.

E ho solo una possibilità di esser felice.
Voglio invecchiare con la consapevolezza d’averci almeno provato.

Reagite.
Fatelo.
Che il rimpianto di non aver nemmeno provato ad esser felici, poi, da vecchi diventerà solo un rimorso.

Allora viaggiate,
e siate felici.
Sempre.

Myanmar, Agosto 2019



foto in alto: Roberta B.
altre: Fabrizia S.

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Non c’è cura al Mal d’America

“Mi è rimasto un pezzo d’America incastrato fra i sogni”

— Giulia Giovacchini
tratto da “Mille Sogni, Mille Tramonti”

“Di nuovo.
Questo mal di pancia se penso all’America lo sento di nuovo.
Soffro di mal d’America. E non c’è cura. Mica posso andare dalla dottoressa e chiederle se c’è qualcosa che posso prendere per placare questo male.
No.
Non c’è. Mi guarderebbe come si guarda un pazzo e mi consiglierebbe uno psicologo. Un professionista buono e anche costoso.
Ma potrei spiegarle che quando si scopre l’altra parte del mondo poi è tutta un’altra storia. E quel mal di pancia non passa mica così.
Ma non capirebbe, e mi consiglierebbe uno psicologo.
E allora potrei mettermi lì a raccontarle di quant’è bello il mondo. Quel poco che ho visto, ma che comunque ho visto.
E mi arrabbierei con me stessa. Perché determinate cose non si possono raccontare.
Determinate cose perderebbero di significato se venissero spiegate.
E lei mi chiederebbe qual’è stata la cosa più bella che ho visto.
E la cosa più bella che ho visto è stato tutto.
E “tutto” non è una cosa.
Tutto è tutto. Punto e basta.
Anzi. Potrei dirle che per un po’ ho visto cos’è la felicità. E che quella è stata una delle cose più belle che ho visto. Ma poi capirei che la felicità non è una cosa. E allora sarebbe solo un’altra risposta sbagliata.
E mi guardarebbe come si guarda una pazza. E saprei già cosa mi consiglierebbe.
E mi direbbe che ha gente in coda. Di quelli che hanno mal di pancia davvero, magari.
Ma giuro che pure io ho il mal di pancia.
E il mal di testa che mi sta supplicando di ripartire di nuovo. Di non fermarmi qua. Di mollare tutto e andare.
Che le mie gambe si subirebbero ancora quelle 14 ore di aereo senza riposarsi. Che sono pronte per scalare di nuovo un’altra montagna.
Che i miei occhi accetterebbero di nuovo di non riposarsi per quasi due giorni interi. E che sarebbero pronti per vedere di nuovo quell’oceano.
Che credo di essermi innamorata di tutto quel che ho visto. E che sento le farfalle nello stomaco pure io.
E che forse non sono farfalle. E cercherei di farglielo capire. Credo siano piuttosto elefanti. Perché fanno molto più trasando di un paio di farfalle.
– Dottoressa, come si curano gli elefanti nello stomaco? –
E niente, mi guarderebbe male di nuovo. E di nuovo lo stesso consiglio.
Ma no. Non ci voglio andare dallo psicologo perché ho gli elefanti nello stomaco.
Se c’andassi, racconterei pure a lui di quant’è bello essersi sudati la felicità e essermela surfata prendendo un’onda del Pacifico dopo mesi senza aver visto mare, o farsi travolgere a 110 all’ora, da quella felicità, percorrendo la Route 66 con il braccio fuori dal finestrino. E che l’ho trovata pure nel mezzo al deserto, sudata e piena di sabbia pure lei come me, che guardava il sole scendere alle 8 e 20 di sera. E mi ci sono seduta accanto per un po’. E abbiamo guardato il tramonto insieme.
E mi prenderebbe per pazza pure lo psicologo.
O forse no.
Perché magari pure lui c’è stato in America, e capirebbe fin da subito. E allora parleremmo per ore e ore senza sequenze logiche o temporali.
E mi spiegherebbe pure lui che non c’è cura.
E che quel mal di stomaco è il male più bello che una persona possa avere.
Che è la conseguenza all’America,
alla scommessa che uno punta su quel viaggio.
E che quella, alla fine, è la vincita più alta che si può esser fieri di ottenere”.

tratto da “Mille Sogni, Mille Tramonti”, il mio primo libro autopubblicato. Acquistalo adesso!

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