Carpe Diem: cogliete l’attimo, rendete la vostra vita straordinaria

Due monologhi dell’attore Robin Williams tratto dal film L’Attimo Fuggente.

Un monologo che, in pochissimi minuti, fa capire l’importanza della vita, l’importanza di fare di tutto per viverla davvero, senza farsi sfuggire un attimo.
Capire quanto prezioso sia ogni singolo istante che la vita ci dona,
che troppo spesso non lo capiamo, finché non ci troviamo davanti l’impossibilità di vivere.

Un altro monologo.
Quello che, nel giro di pochi secondi, insegna a capire l’importanza di vedere le stesse cose da più prospettive diverse, cercare la propria strada, combattere per far sentire la propria voce.
Per essere felici.
Per essere sé stessi.

Cogli la rosa quand’è il momento.
In latino si dice invece CARPE DIEM.
Chi lo sa che cosa significa?
Cogli l’attimo.
Cogli la rosa quand’è il momento.
Perché il poeta usa questi versi? […] Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi.
Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà.
Adesso avvicinatevi tutti e guardate questi visi del passato, li avrete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati.
Non sono molto diversi da voi, vero?
Stesso taglio di capelli, pieni di ormoni come voi, invincibili come vi sentite voi. Il mondo è la loro ostrica, pensano di essere destinati a grandi cose come molti di voi. I loro occhi sono pieni di speranza proprio come i vostri.
Avranno atteso finchè non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale?
Perché, vedete, questi ragazzi, ora, sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione, li sentirete bisbigliare il loro monito.
Coraggio, accostatevi, ascoltateli.
Sentite?
[…]
Carpe diem.
Cogliete l’attimo ragazzi.
Rendete straordinaria la vostra vita.

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse.
E il mondo appare diverso da quassù.
Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi.
Coraggio!
È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.
Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo, ci dovete provare.
Ecco, quando leggete, non considerate soltanto l’autore.
Considerate quello che voi pensate. Figlioli, dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto.
Thoreau dice “molti uomini hanno vita di quieta disperazione”, non vi rassegnate a questo.
Ribellatevi!
Non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno!
Ecco, così! Osate cambiare. Cercate nuove strade.

Non vi fermate all’infelicità.
Cercate la vostra strada, ovunque essa sia.


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Ma quanto sono preziosi i ricordi fatti in viaggio?

Sono le tre di notte.
Non dormo. Non riesco proprio a chiudere occhio.
Fuori c’è il vento, soffia fortissimo. Credo si stia portando con sé pure il tavolo che è poggiato al muro.
Sono le tre di notte, e credo che stanotte sarà dura addormentarsi.
Eppure non ci sono rumori ed è tutto completamente buio.
Eppure non mi basta.
Eppure, eppure e, di nuovo, eppure.
Eppure non ho nessun bel pensiero per potermi cullare stanotte.
Ci sono troppe cose che non vanno, io non vado, il mondo non va, vorrei sapere come stanno i miei amici, se loro vanno, ma sono le tre di notte e non è il momento adatto per chiedergli se loro vanno.
Allora mi giro dalla parte opposta. Accendo la luce sopra al letto, leggo due pagine di un libro, lo richiudo.
Ci sono troppe cose che non vanno.
Richiudo gli occhi, li riapro e poi, di nuovo, li richiudo. Stringo forte il cuscino, ho il braccio che lentamente sembra muoia col peso della mia testa sopra.
Mi è venuta una voglia matta di andare a giocare a frisbee.
Non posso giocare a frisbee, fuori è buio.
Potrei brucare l’erba del giardino, ecco.
Ma perché dovrei brucare l’erba del giardino?
Mi sto facendo prendere dall’ansia. Vorrei solo dormire e invece gli occhi si riaprono non appena butto giù le palpebre.
Sai cosa penso? Per risolvere la crisi economica basterebbe stampare più banconote, spararle in piazza con dei cannoni enormi e niente, saremmo tutti benestanti.
Domattina mi sveglio, vado a Bankitalia, attacco uno striscione davanti e comincio a protestare.
E’ un’idea incredibile.
Oppure potrei mollare di nuovo il mio lavoro e partire per l’Africa, potrei salvare la vita ai bambini malnutriti.
Che stupida, io non ho più un lavoro. Non per ora, almeno.
L’ho perso.
Che ansia.
Pazzesco. Domattina prenoto un volo e parto.
Sono le tre e quaranta di notte.
Ho idee pazzesche, domattina le metterò tutte in atto. Sono un genio.
Ma non riesco ad addormentarmi.
Potrei vendere le mie fotografie, creare nuovi progetti e spargerli nei musei di tutto il mondo. Potrei farmi un nome, fare soldi, conoscere gente e posti. E’ tutto così facile.
E’ tutto facile tranne dormire.
Ed è assurdo come le idee pazzesche siano così fattibili alle tre di notte.
Domattina tutto prenderà un’altra forma, e le idee pazzesche sembreranno irrealizzabili.
Odio questa cosa.
Stanotte non chiuderò occhio, ho bisogno di qualcosa di bello che mi faccia da ninna nanna.
Mi alzo, accendo un attimo la luce, mi guardo intorno.
Guardo le mensole bianche, ci sono veramente tanti libri, gli ultimi che ho comprato devo ancora leggerli.
E poi c’è la mensola più alta. E’ piena zeppa di album di fotografie. Sono talmente tanto pieni che mi chiedo come facciano, tutti quei ricordi, a stare dentro a un solo cuore.
Eppure quel cuore è il mio, non dovrei nemmeno farmela quella domanda.

Ho trovato cosa fare.
Apro un paio di questi album. Ce n’è uno dedicato alla Spagna, un altro parla del Belgio. Ce ne sono veramente un sacco. Il più bello, quello color bordeaux, coi margini dorati, sta chiuso solo perché serrato fra gli altri, ma dentro è sovraffollato di foto, di fogli, di brochure, e scontrini, e ricordi. Ricordi che se ne stanno a circa 10200 chilometri di distanza.
Non sapevo di avere un pezzo di cuore così lontano.
Anzi. Mi correggo. Lo sapevo eccome, ma è sempre bello ricordarselo.
Lo apro, e non so se sto aprendo l’album o se sto aprendo il cuore.
Ecco.
Sono già alla quarta pagina, le ho sfogliate delicatamente, non vorrei si sgualcissero.
Sono già alla quarta pagina e tutte queste foto sembrano parlare. Se ne stanno silenziose, nella loro nostalgia, a ricordarmi quant’è bello, ogni tanto, ricordare.
Ed è bello perché sembra se ne stiano lì, in silenzio, a cantare qualcosa che somiglia vagamente alla più bella ninna nanna del mondo.
E pagina dopo pagina, c’è una sorta di melodia così bella, ma giuro, perfetta nella perfezione dei bei ricordi. Quelli, esattamente quelli, quelli fatti durante quel viaggio, quei viaggi, quel vento in faccia, che ancora, se ci penso, lo sento.
Che sai che faccio? Ora mi scompiglio i capelli, che tanto ormai sono già scompigliati da quattro ore di non-sonno.
E ora chiudo gli occhi, e penso che sia stato il vento a scompigliarli.
Ecco.
Guarda tu.
Ho il vento in faccia, e c’è un sole che spacca le pietre, e ho caldo, ma va bene.
Prendo il sole aprendo il tettuccio dell’auto.
Alzo il volume.
Ci sono queste farfalle nello stomaco che hanno preso a ballare.
Sorrido veramente tanto che non te lo so spiegare per bene.
E gli occhi brillano un po’, sai?
E l’album l’ho quasi terminato.

Ora sto un po’ meglio.
Sono andata per un po’. Ne avevo bisogno, sai?
Ho fatto un viaggio bellissimo, e come per ogni viaggio vissuto per bene, adesso sono più stanca che mai.

Ma è quella stanchezza bellissima, quella che sì, sei stanca perché non hai dormito molto, e hai fatto cose, un sacco di cose. Ma più che altro sei stanca perché hai collezionato milioni di ricordi, e ora il tuo cuore torna a casa e ci impiega un miliardo di battiti per renderli tutti preziosi.

Ripongo l’album sulla mensola, lo spolvero un po’, c’era qualche ricordo con due granelli di polvere e proprio non mi va di vederlo offuscato.
Adesso sono stanca.
E tutte quelle foto sono state la mia ninna nanna.

Adesso mi ributto sul letto, spengo la luce, guardo nel buio il soffitto.
Adesso tutto quel buio è più bello.
Adesso ricordo, quanto preziosi sono tutti i ricordi più belli.
E quelli fatti in viaggio, che mi ricordano quant’è bello viaggiare,
adesso lo so,
che tra le cose più belle del mondo c’è certo vivere, ma ti potrei raccontare per una vita di quant’è bello anche ricordare.

Allora buonanotte mondo.
Ci vediamo presto,
che sono le quattro e venti, e io adesso ho veramente sonno.

Ringrazio Roberta B. per la prima foto dell’articolo.

#IORESTOACASA: il valore delle piccole cose

Il mondo intero si è fermato.
Anno 2020.
Quest’anno dal numero doppio identico finirà sui libri di storia, quasi sicuramente.
Il mondo si è fermato.
Il commercio, i trasporti, le aziende.
E anche il tempo. Sì, perché adesso scorre talmente tanto lento da sempre quasi fermo.
Così, in questo periodo di quarantena, allontanamento, social immersi di hashtag dedicati, gente che soffre, gente che continua a lavorare, gente che salva le vite, gente che la vita, purtroppo, la perde, dobbiamo tutti fare i conti con la nostra di vita e con il nostro tempo. Dobbiamo imparare a cogliere, nella negatività di un periodo buio come questo, il valore a ciò che davamo per scontato.
Io ci ho voluto provare con un video. Adesso mi spiego meglio.
Lo so, non sarò sicuramente la prima al mondo ad aver avuto questa idea, ma io ho semplicemente cercato di farla mia.
Vi spiego. Ora che abbiamo un po’ più tempo per capire il valore del tempo, ho voluto dare un senso anche alla più “banale” (e lo metto fra virgolette, attribuitegli voi il significato che sentite più giusto) quotidianità e al tempo impiegato nel viverla. Partiamo dal presupposto che siamo nell’era dei social, dove apparire è più importante di essere, dove non si da valore alle cose più ovvie, perché le cose più ovvie sono ormai troppo scontate e “out” per essere esposte sui social. Ma poi che succede? Succede che qualcosa più grande di tutti i pezzi di mondo messi insieme ci costringe a rivalutare l’importanza delle cose ovvie. E allora boom, stop. Fermi tutti. Rivalutiamo tutto. Forse è più importante essere che apparire, no? Gli abbracci, i saluti, il contatto umano, la passeggiata al tramonto sulla riva del mare, la prenotazione del volo per il viaggio tanto voluto, e fare la spesa incontrando un paio di amici, prenderci un caffè insieme, e uscire. Già. E i sorrisi, la cena coi parenti, una t-shirt nuova perché quelle vecchie sono un po’ scolorite. Farsi la doccia per uscire. No. Non si può uscire. E va bene, adesso è giusto così. Dobbiamo vincere questo maledetto mostro invisibile, e per vincerlo dobbiamo rimanere in casa. Allora impariamo di nuovo a dare senso alle cose “banali“. Impariamo di nuovo a dare senso al semplice fatto che siamo vivi, agli occhi aperti la mattina presto, e alla colazione fatta in cucina, al cane che ci saluta scodinzolando perché lui sì, lui è davvero felice perché può starti vicino tutto il giorno. Ridiamo importanza al sole, non è poi così scontato. Ridiamo importanza agli alberi, Dio, quanto sono belli, e alle cose semplici. Diamoci il tempo per leggere un libro, e ascoltare musica, e scrivere, e pensare. Rivalutiamo il tempo. Cerchiamo di essere, e poi, se poi vogliamo, possiamo anche apparire, ma almeno appariamo per ciò che siamo davvero. Smettiamo di dare tutto per scontato. La vita non è scontata. Quando la troverò appesa in un negozio, con un cartellino colorato con su scritto -70% allora sì, allora penserò che la vita è scontata. Ma ad ora non lo è e, secondo me, non lo sarà mai.
Questo è un video “banale”, già, perché non c’è niente di poi così tanto appariscente. Anzi. Scusate, che stupida che sono.
Sto vivendo.
E già solo questo non implica banalità.
Diamo senso al tempo ora che abbiamo tempo.

Un video dedicato alle cose semplici, in un modo che adesso ci appare talmente tanto complicato da vivere.
Sapete che c’è? #IORESTOACASA, che non vedo l’ora di poter uscire di nuovo.

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5 cose che il Surf insegna e di cui dovremmo fare tesoro


La prima volta che misi piede su una tavola da surf, dovevo ancora compiere 21 anni. Era un sogno da tempo ormai, ma per svariati motivi non ero ancora riuscita a metter piede su quelle tavole tanto speciali quanto, a quei tempi, irraggiungibili.
La prima volta che misi piede su una tavola da surf non posso dimenticarla.
Non posso dimenticare la sensazione d’esser sdraiata sul mare, volto rivolto verso la spiaggia, e dietro gli hotel ancora chiusi, in un fuori stagione di primavera da poco iniziata, dietro c’erano le montagne.
La prima volta che misi piede sulla tavola, ci fu qualcosa che mi prese dentro un pezzo di cuore e lo fece suo. Forse quella sensazione inspiegabile. Un po’ strano da pensare, come uno sport qualsiasi possa immergerti in una tale sensazione di vita, che la vita stessa prende tutta un’altra piega.

E caddi. Caddi talmente tante volte, con le braccia stanche date da remate a vuoto verso la line up quasi mai raggiunta, che mi sembrava di essere talmente tanto stanca da non aver dormito negli ultimi dieci anni.
Ed ero estremamente felice.
Stanca.
Quasi distrutta.
Con qualche livido in più, e la pancia un po’ grattata di paraffina appena messa.
E dannatamente in pace con me stessa.
E il resto del mondo perdeva di importanza.
Solo io e il mare, e la tavola, e le onde.

E quando, per la prima volta, presi l’onda, ci fu il respiro mancato, quell’attimo esatto in cui tutto diventa perfetto, come la canzone più bella del mondo messa come colonna sonora dell’attimo più felice della tua vita.
Come quando capisci cos’è la perfezione in un mondo che la perfezione l’ha sempre data per scontata.

Il surf è così.
E’ una dosa intera di adrenalina iniettata endovena senza nemmeno aver avuto prima l’opportunità di un preavviso. Un picco assoluto di serotonina che stacca i neuroni dal cervello e te la fa godere così. Esattamente così.
Il surf è questo.
E’ felicità allo stato più puro, in simbiosi col mondo, col mare e col respiro affannoso che indica nient’altro che vita.
La tua. Vissuta esattamente per bene, come dev’esser vissuta davvero.

Ma il surf è qualcosa di unico nel suo genere, che venga preso come sport o come vero e proprio stile di vita, il surf è un insegnante a tutto tondo. Io, per esempio, ho avuto modo di imparare cose e metterle in pratica nella mia vita di tutti i giorni.
Certo. Assurdo come una “stupida” tavola possa insegnarti tanto, eppure è così. E ci sono cinque cose, per l’esattezza, che sono talmente tanto speciali da dover essere condivise un po’ con tutti, perché si meritano un posto in pole position nel libro dell’etica umana, se tale libro esistesse.


5 DEGLI INSEGNAMENTI CHE IL SURF REGALA

5. RISPETTA LA NATURA, CHE SENZA DI LEI, NEMMENO ESISTEREMMO

Esattamente. Nel nucleo dello spirito del surf si racchiude una cultura della natura particolarmente radicata. C’è un rispetto enorme nei confronti di ciò che ci circonda, perché si prende coscienza di quanto importante, a livello vitale, sia la natura nei nostri confronti. Senza di essa non esisteremmo, senza il mare non potremmo surfare, senza gli alberi ci mancherebbe il respiro.
Il surf, quello vero, quello sano, insegna a rispettare la supremazia di tutti gli elementi della natura.
Molte scuole di surf si stanno muovendo per organizzare eventi di raccolta dei rifiuti sui lungomare di tutto il mondo. Surfisti di fama mondiale promuovono e sensibilizzano una vita più ecosostenibile.
Del resto, se si vuole surfare, dobbiamo non trascurare il mare.
Del resto, se si vuole vivere, dovremmo portare rispetto a chi la vita ce la lascia godere.

4. LA NATURA HA UNA FORZA ESTREMAMENTE PIU’ GRANDE RISPETTO AD UN COMUNE ESSERE UMANO

Il surf insegna a non oltrepassare troppo i limiti del nostro sapere. Non si possono surfare onde troppo grandi se non si è preparati abbastanza, perché quell’onda sarà sempre più forte di noi, e noi siamo piccoli in confronto al mare. Bisogna avere rispetto per chi sta al mondo da più anni di noi. E credo che ogni singola goccia d’acqua che sta dentro ad un oceano ha comunque più anni di qualsiasi essere vivente.
Il surf impone dei limiti, che prima o poi potranno essere anche superati, ma ti insegna a dosare bene la coscienza, a entrare in contatto sincero con te stesso per chiederti se riuscirai o no a cavalcare quelle onde così forti.
Il surf ti insegna a rompere quei limiti, ma ti insegna pure a capire quand’è il momento di farlo.

3. CACCIA VIA QUEL CHE TI FA STAR MALE, SULLE ONDE ESISTETE SOLO TU E IL MARE

Potrei parlare per ore della sensazione di mancanza di tristezza che persiste mentre si è sopra una tavola da surf, che sia standosene comodamente seduti in line up, oppure sdraiati, di fronte ad un tramonto aspettando la serie perfetta, o, meglio ancora, in piedi, cavalcando l’onda che tanto aspettavi.
Surfando, i problemi scivolano via, il tuo corpo prende un peso diverso, lo senti tutto quanto, e senti che si collega al cuore, al cervello, e i pensieri, per un po’, si fermano, ed è tutto concentrato su quel momento, che è perfetto, davvero.
Il surf insegna la pazienza, l’attenzione all’esser costanti, felici, a ricercare la felicità e, ancora di più, a viverla, esattamente come mentre aspetti l’onda, come quando la prendi e il mondo più nero scompare.
Dovremmo focalizzarci così, sulle cose belle, e lasciarsi scivolare via i pensieri negativi godendosi tutti gli istanti appieno, com’è giusto che sia.

2. CONDIVIDI LA TUA FELICITA’, LA TUA ONDA REGALALA A CHI NON NE HA MAI SURFATA UNA

Diverse volte ho portato qualche amico, qualche amica, a surfare con me. Restavano un po’ restii di fronte a quella nuova esperienza, non sapevano se accettare o no. Ma poi lo hanno fatto. Sotto mia felice insistenza. Volevo fargli provare la sensazione inspiegabile che nasce dal mare e cresce al crescere delle onde. Così gli prestavo la mia tavola, gli legavo il leash al piede, gli dicevo come remare, come cercare di alzarsi in piedi. E poi li portavo in mare con me, li tenevo stretti con me e li lanciavo forte all’arrivo dell’onda.
Ecco. Io ricordo i volti di ciascuno di loro. Ricordo i sorrisi. Ricordo gli abbracci felici di chi per la prima volta era salito davvero sulla tavola, sulla sua prima onda.
Io ricordo loro che non sapevano come descrivere quella sensazione, loro che si sdraiavano di nuovo ad aspettare la spinta successiva.
E così per ore. Stanchi morti, felici come da vivi si può essere.
Il surf mi ha insegnato a condividere quella felicità, perché merita d’esser condivisa con le persone a cui si vuole bene. Solo per vedere sul loro volto quegli occhi così belli di chi si sente scorrere la vita addosso un po’ più forte di quel che il sangue scorre ogni giorno.
Regalare quelle onde che avrei potuto prendere io, e regalarle a chi non sapeva nemmeno se accettare o no la mia proposta, vederli felici, vederli presi dal momento, è un qualcosa di troppo bello da poter esser messo da parte.

1. PRIMA DI TUTTO VIVI

Il surf, quando lo senti davvero, quando diventa talmente tanto importante da trasformarsi in qualcosa di estremamente vitale per te, diventa uno stile di vita vero e proprio. Si cerca l’onda ovunque, si viaggia per entrare in un oceano diverso e prendere QUELL’ONDA, quella che sognavi da tanto tempo. Un po’ come quando partì per la California, e in testa avevo quelle belle onde di Huntington Beach che mi chiavano. Il surf ti insegna a vivere per ciò che ami. Ti insegna a lottare per ciò che vuoi, che se vuoi un’onda, la vai a cercare dall’altra parte del mondo, e non esistono chissà quali barriere a frenarti dal viaggio.
Il surf ti insegna che il mare, d’inverno, è freddo come il ghiaccio, ma quell’onda a metà gennaio è così bella che il freddo non passa il secondo strato di pelle, e se passa, non te ne frega abbastanza da farti smettere.
Perché ti insegna che se qualcosa è importante, lo è davvero, a tutti i costi, che se quel che vuoi va al di là di tutto, tu quel tutto saresti pronto a scavalcarlo.
Il surf è così.
Ti insegna un po’ a vivere, un po’ a lottare per ciò che vuoi davvero. Come quell’onda hawaiiana cavalcata da Bethany Hamilton, che hai visto in qualche suo video online, che adesso tu conti i soldi che ti rimangono per comprare un biglietto con destinazione Hawaii.
Il surf ti insegna quant’è bello lottare per ciò che diventa vitale.

Il surf insegna veramente tanto.
E’ una terapia contro il male, contro la tristezza, contro l’infelicità.
Il surf è vita.
Perché te la fa scorrere tutta lungo le vene, col fiato corto, le braccia stanche e sotto il mare.

Il surf insegna la pazienza.
La perseveranza.
La forza e il coraggio.

Sta tutto lì, un po’ a galla nel mare, un po’ fra le onde che ancora devono salire.
E’ vita.
Vita vissuta come dev’esser vissuta per bene.

prima foto in alto di Giacomo P.



La forza di viaggiare mi ha aiutata a reagire


La prima volta che capì che avrei dovuto percorrere la MIA strada era quando finì sul lettino di un ospedale. Ebbi così tanta paura che promisi a me stessa che avrei fatto di tutto per realizzarmi, a costo di andare in quella direzione considerata anticonformista. Ma poi se la conformità è esser tristi e apparentemente appagati da una vita in cui gli spiragli di felicità sono molti meno di quelli di tristezza, io voglio essere anticonformista.
Voglio essere “anticonformamente felice”.
E la strada per essere felici, in questo mondo, in questa società, è così lunga e tortuosa. Avevo 16 anni.
Ero talmente piccola che mi dimenticai presto questa cosa. E niente. Sono dovuta rifinire in ospedale due volte, e la seconda avevo poco più di 19 anni. Ho dovuto imparare a fronteggiare quella maledetta ipocondria che ha preso possesso del mio corpo e che mi ha lentamente distrutto, e fronteggiare la paura di tornare di nuovo sul lettino di un ospedale.
In quel periodo avrei dovuto prenotare il mio primo volo, il mio primo vero viaggio. Avrei finalmente viaggiato.
Ero così contenta.
Ma poi BOOM.
“Ti devi operare”.
Mi dovevo operare.
Quanto ho pianto. Avevo solo paura. E ognuno reagisce a modo suo. Io piangevo. E poi decisi di smettere di versare lacrime e di focalizzarmi sul tempo, sulla felicità, sulla mia vita, su tutto.
Un film mi ha radicalmente cambiato il senso di lettura di tutto. E io odio i film. Odio la televisione. Odio la falsità degli schermi.
Ma quel film era vero.
Ed era un po’ c’ho che avevo bisogno di sentirmi dire.
Into the Wild.

Tre libri mi hanno rivoluzionato il mondo di vedere le cose. Devo molto alle parole di Sergio Bambarèn.

Io sono cambiata.
Sono diventata più forte, più risoluta, più ambiziosa, rendendomi, agli occhi degli altri, più egoista e più fredda.
In realtà cercavo soltanto il mio spazio, a dispetto di tutto e tutti. Che poi la capacità di indipendenza non è egoismo.
Ma poi dovevo diventare grande, e i sogni si mettono da parte quando si è grandi. Deve star scritto sulla clausola per diventare adulti: “Metti da parte i sogni, schiavo”. Il Super Io diventa troppo Super e la coscienza un po’ troppo scrupolosa.
Finché quei sogni non li ho buttati tutti dentro ad un bidone e vivevo per lavorare.
Finché lo stipendio a fine mese non è cominciato a diventare il mio unico scopo di vita,
finché le ferie non sono diventate l’unico motivo per cui lavoravo.
Ed è così paradossale.
Cominciai ad accorgermi di aver frequentato persone sbagliate, che mi hanno condizionato la vita in peggio. Mi hanno buttato dentro paure apparentemente invalicabili. Mi hanno buttato contro offese che non mi meritavo.
E mi sono allontanata.
E mi sono sentita sola.
Fragile.
Estremamente impaurita.
E, mentre cercavo di riprendere forze, c’erano cose ancora più forti di me che mi buttavano ancora più a terra.
Ed era la consapevolezza interiorizzata di non percorrere la strada che ambivi.
Finché non mi accorsi che non volevo più vivere così.
E me ne accorsi quando fu il corpo a dirmelo, perché la mia mente me lo aveva detto tanto tempo prima, ma io non volevo ascoltarla. Quando il mio corpo si è fermato, accasciato a terra, dicendomi che lui, quelle cose, non le voleva più fare. Non era la sua strada. Non è la mia strada. Tutto c’ho che avevo fatto fino a quel momento mi aveva aiutato, ma era arrivato il momento di riprendere il cammino giusto.
A un certo punto la giusta dose di sicurezze, non era più tanto giusta per me. E quelle sicurezze dovevo toglierle e dovevo trovare il compromesso giusto con la felicità.
E i miei sogni, le mie passioni, il mio modo di vivere, e, ancor di più, la vera me stessa, mi urlavano contro.
E il mio corpo si rifiutava.
E quella brutta bestia che si chiamava depressione stava diventando così forte da non permettermi più di rendermi conto che avevo solo 25 anni. Me ne sentivo 95, in principio di morte.
E, ancor di più, avevo perso la capacità di capire che avevo solo una vita davanti.
E non era quella.
E’ lì che il mio corpo ha cominciato a diventare solo un accumulo di ossa e dolori,
e gli occhi perennemente gonfi di lacrime.
E non avevo più forza di reagire, ma solo di crollare.
E quei sogni dove erano finiti?
E quelle ambizioni?
Quella forza di vivere che avevo?
Quella voglia di stupirti di tutto?
E quelle lunghe camminate in montagna, l’aria pulita, e il surf, che Dio solo sa quanto mi mancava, e il mare, le onde e i tramonti.
Che non li vedevo da troppo tempo.
E la gente che amavo, i miei amici, la mia famiglia.
Mi sentivo solo ed esclusivamente nervosa. Nevrotica. Triste.
E tutto intorno è nero.
Talvolta riemergevo, talvolta ricadevo.
Ed era sempre tutto più nero. E faceva così tanta paura.
Finché non mi sono accorta che era l’ora di esplodere, e esplosi.
E cercavo quella forza che avevo perso.
E non la trovavo.
E mi sembrava di odiare tutti.
E forse era davvero così.
Ma poi mi accorsi che in tutto quel buio avevo pure imparato ad amare.
Ma non avevo la forza nemmeno di amare me stessa per prima.
E allora dovevo combattere.

Lavorerò duramente tutti i giorni per esser felice.
Per tenere lontano da me quel brutto mostro che si è preso corpo e mente.
Lavorerò per realizzare i miei sogni,
per surfare tutte le volte che potrò,
per continuare a salire sulle vette più belle delle montagne più belle, anche se, che stupida, tutte le montagne sono belle.
Imparerò a sorridere di gusto,
ad esser presente.
Mi impegnerò a tenere un corpo e una mente forti.

Viaggerò.
Dovrò farlo.
Dovremmo farlo tutti.
Perché non possiamo vivere con la presunzione di sapere chi siamo in un mondo che è più vasto di quel che si vede ben oltre l’orizzonte.
Ogni orizzonte sarà un nuovo inizio.
O il bel continuo di una bella storia.
La mia vita.

Non voglio vivere una vita che non è la mia.
Ci proverò fino alla fine.
Me lo dirò tutti i giorni, quando ci crederò un po’ meno, che io, alla felicità, non ci voglio più rinunciare.

Imparerò ad esser fiera di me, a credere a me stessa,
a non perdere il sorriso,
a non perdere le speranze.

La vita è una.
Accetto che voi abbiate la possibilità di credere in reincarnazione, in resurrezione, in paradiso o inferno, in sette vite anche se non siete gatti, in scissione di anima e corpo.
Io, almeno per ora, credo che la vita sia solo una.
O almeno non ho la certezza del contrario.

E ho solo una possibilità di esser felice.
Voglio invecchiare con la consapevolezza d’averci almeno provato.

Reagite.
Fatelo.
Che il rimpianto di non aver nemmeno provato ad esser felici, poi, da vecchi diventerà solo un rimorso.

Allora viaggiate,
e siate felici.
Sempre.

Myanmar, Agosto 2019



foto in alto: Roberta B.
altre: Fabrizia S.