Carpe Diem: cogliete l’attimo, rendete la vostra vita straordinaria

Due monologhi dell’attore Robin Williams tratto dal film L’Attimo Fuggente.

Un monologo che, in pochissimi minuti, fa capire l’importanza della vita, l’importanza di fare di tutto per viverla davvero, senza farsi sfuggire un attimo.
Capire quanto prezioso sia ogni singolo istante che la vita ci dona,
che troppo spesso non lo capiamo, finché non ci troviamo davanti l’impossibilità di vivere.

Un altro monologo.
Quello che, nel giro di pochi secondi, insegna a capire l’importanza di vedere le stesse cose da più prospettive diverse, cercare la propria strada, combattere per far sentire la propria voce.
Per essere felici.
Per essere sé stessi.

Cogli la rosa quand’è il momento.
In latino si dice invece CARPE DIEM.
Chi lo sa che cosa significa?
Cogli l’attimo.
Cogli la rosa quand’è il momento.
Perché il poeta usa questi versi? […] Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi.
Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà.
Adesso avvicinatevi tutti e guardate questi visi del passato, li avrete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati.
Non sono molto diversi da voi, vero?
Stesso taglio di capelli, pieni di ormoni come voi, invincibili come vi sentite voi. Il mondo è la loro ostrica, pensano di essere destinati a grandi cose come molti di voi. I loro occhi sono pieni di speranza proprio come i vostri.
Avranno atteso finchè non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale?
Perché, vedete, questi ragazzi, ora, sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione, li sentirete bisbigliare il loro monito.
Coraggio, accostatevi, ascoltateli.
Sentite?
[…]
Carpe diem.
Cogliete l’attimo ragazzi.
Rendete straordinaria la vostra vita.

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse.
E il mondo appare diverso da quassù.
Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi.
Coraggio!
È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.
Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo, ci dovete provare.
Ecco, quando leggete, non considerate soltanto l’autore.
Considerate quello che voi pensate. Figlioli, dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto.
Thoreau dice “molti uomini hanno vita di quieta disperazione”, non vi rassegnate a questo.
Ribellatevi!
Non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno!
Ecco, così! Osate cambiare. Cercate nuove strade.

Non vi fermate all’infelicità.
Cercate la vostra strada, ovunque essa sia.


ARTICOLI DAL BLOG:


Photo tips: consigli fondamentali per la fotografia di viaggio

Breve premessa:
Ad ora, aprile 2020, non sono una fotografa di professione. E’ uno dei tanti sogni nel cassetto, forse uno dei più vecchi, ma non lo sono. Il poter guadagnare con l’arte dell’immagine è un progetto che mi porto dietro dai tempi delle Scuole Medie. Tutto ciò che scrivo qua è frutto di studi ed esperienze personali, preferisco quindi considerali consigli e curiosità piuttosto che insegnamenti veri e propri. Faccio fotografia da quando avevo circa 12 anni, mi sono diplomata come Grafica Pubblicitaria con studio anche della fotografia a pieni voti. Ho passato anni a studiare e a fare esperienza con reflex, con passaggi di livello dalla prima reflex che tenevo in mano, all’ultima che ho avuto l’opportunità di avere. Ho praticato anche con macchine fotografiche analogiche, cercando di incrociare gli studi del digitale con l’analogico. Ho sviluppato e sto cercando di sviluppare capacità di post-produzione. Sono successivamente passata anche ad action cam, essendo orientata al mondo outdoor come stile di vita, e alla fotografia da cellulare, cercando la qualità nella versatilità di uno smartphone. In tutto ciò, sto cercando il mio stile. Nel frattempo sto imparando a farmi una ragione del fatto che forse il mio stile non è soltanto uno, ma comprende una serie di stili diversi che vanno a fondersi a seconda di ciò che mi passa per la testa. Dopo questa premessa, la mia speranza è poter dare consigli reali e utili sulla FOTOGRAFIA DI VIAGGIO.

COS’E’ LA FOTOGRAFIA DI VIAGGIO?

E’ un vero e proprio racconto in cui si imprimono i momenti e gli istanti che motivano un viaggio. Che sia quindi lo scatto ad un paesaggio, che sia la ripresa di un momento particolare del posto e della civiltà di cui stiamo facendo esperienza, in ogni caso, in sostanza, è la registrazione di un esatto momento e di un esatto luogo e attimo di un particolare pezzo di mondo. In questa registrazione ci sarà dunque natura, gente e cultura in una percentuale completamente soggettiva, che cambia a seconda del momento in cui si scatta e del soggetto che si vuole ritrarre.
Spesso quando si pensa alla fotografia di viaggio, la prima cosa che ci salta in mente è l’idea di un reportage nel bel mezzo del deserto dell’Africa, oppure il racconto di vita della gente del sud-est asiatico. E’ più facile accostare la fotografia di viaggio a determinati ideali, ma non è così.
La fotografia di viaggio racconta un determinato posto e ciò che è e/o avviene in tale posto in un determinato momento, che sia l’Africa, che sia Europa o qualsiasi altra parte di mondo. Non è corretto quindi pensare alla FOTOGRAFIA DI VIAGGIO esclusivamente come ad un reportage di un Paese più povero, o in guerra o qualsiasi altro motivo ci spinga a considerare un Paese più “sfortunato” del nostro.
I settori principali in cui, involontariamente, si avrà a che fare quando si comincia a fare fotografia di viaggio, sono diversi. I principali sono:

  • REPORTAGE: E’ il raccontare tramite una serie di scatti la storia, presa in diretta e senza niente di costruito, di un posto, di una cultura, di un evento o di un’esperienza di cui si è testimoni a tutti gli effetti. Nato dal giornalismo per documentare scene di guerra o di povertà, si è poi esteso anche ad altre categorie: viaggio, matrimonio etc.
  • STREET: La street photography si può considerare parte integrante del reportage, più precisamente reportage sociale. Si tratta di riprendere i soggetti in situazioni reali e spontanee in luoghi pubblici, oppure semplicemente gli stessi luoghi come soggetto principale anche senza la presenza umana. L’idea è quella di evidenziare aspetti della società nella vita di tutti i giorni. Solitamente il fotografo che prende in considerazione anche la street si affida ad una gestione non completa, causata dai milioni di sfumature di probabilità diverse, dei soggetti degli scatti, ma segue comunque un’idea fotografica di ciò che vorrebbe ottenere.
  • RITRATTO: Ruota intorno all’idea di mettere in risalto il volto di una persona, portandone a galla pregi e/o difetti fisici, ma anche emozioni, sentimenti e moralità del singolo soggetto. Reputo sia corretto, almeno nella fotografia di viaggio, cercare di capire il soggetto prima di ritrarlo, per cercare di ottenere una fotografia che riesca ad unire l’intenzione di chi la scatta, con le vere emozioni di chi invece è ritratto, molto più importanti rispetto alle intenzioni del fotografo.
  • PAESAGGISTICA/URBANISTICA: E’ un genere fotografico improntato a immortalare paesaggi naturalistici o urbani di un determinato luogo. E’ sicuramente uno dei generi fotografici più praticato al mondo, essendo anche il più semplice da ottenere. In realtà, un buono scatto, necessita sempre e comunque una dose elevata di buone idee, giusta tecnica, ottima conoscenza della luce e, non da meno, molta fortuna.

DIFFERENZE SOSTANZIALI FRA REFLEX, MIRRORLESS, ACTION CAM E SMARTPHONE. COSA UTILIZZARE?

Ad ora, nel mercato, è possibile trovare ottima qualità dalla reflex allo smartphone. Tutto sta in ciò che si intende fare, in ciò che, soggettivamente parlando, preferiamo, in ciò che riteniamo più consono a noi, ma, soprattutto, anche all’uso che dovremmo farne.
Ad ora un professionista della fotografia dovrà ancora considerare Reflex e Mirrorless di buon livello come strumentazione, perché i sensori di tali strumenti sono ancora imbattibili, soprattutto quando parliamo di macchine FULL FRAME.
Un full frame è un sensore, ossia la parte hardware dove la luce va a imprimersi per poi formare una successiva immagine, di dimensioni nettamente superiori rispetto ad un qualsiasi altro sensore ad ora sul mercato. Cercando di essere brevi, se riprendiamo la stessa immagine e la imprimiamo su una superficie APS-C (ossia un sensore più piccolo di un full frame) di 23,6×15,6mm e su una superficie full frame di 36x24mm, l’immagine avrà modo di imprimersi più correttamente e con più qualità su una superficie più grossa, mantenendo migliori le sfumature, le differenze, la nitidezza ed eliminerà molto più rumore, ossia l’effetto granuloso, sullo scatto.
Se si cerca quindi la qualità più eccelsa e correttamente più professionale, soprattutto in caso di vendita di fotografie, di ingrandimenti di notevole dimensione e qualsivoglia motivo di estrema precisione qualitativa, bisognerà sempre puntare ad una qualsiasi strumentazione dotata di un sensore full frame o comunque di un sensore di notevoli dimensioni. Ad oggi, determinate richieste comportano la scelta impareggiabile di una reflex o mirrorless piuttosto che di uno smartphone.
Parlare di quest’argomento ed elencare tutti i pregi e difetti di qualsiasi strumento disponibile per l’acquisizione immagine, necessiterebbe un intero sito web. Io provo a descriverne i punti salienti.

REFLEX: Qualità elevata. Nelle fasce alte di prezzo rimane imbattibile. Ha comunque diverse fasce di prezzo dove la qualità aumenta di pari passo. Hanno un peso piuttosto elevati rispetto alle altre categorie. Sono piuttosto ingombranti. La messa a fuoco veloce e precisa. Mantiene qualità anche con poca luce. Ottima ed eccellente in diversi campi della fotografia, meno versatile e utilizzabile in caso di action in prima persona, o in spostamenti dove si necessita leggerezza o di minore attrezzatura. I diversi obiettivi consentono la ripresa su più distanze e ampiezza della visuale mantenendo qualità e precisione. Solitamente ha una robustezza che ne consente l’affidabilità. Diverse modalità di scatto consentono la possibilità di usarla a tutti. Menù veloci intuitivi, i pulsanti sono facili e la camera ha un’impugnatura ergonomica.

MIRRORLESS: Qualità elevata. Ha diverse fasce di prezzo dove la qualità aumenta di pari passo. Nelle fasce alte di prezzo, si trovano anche full frame. Pesano circa la metà delle reflex. Anche gli obiettivi normalmente hanno un peso notevolmente minore. La messa a fuoco è più lenta rispetto alle reflex. Anche la batteria ha una durata inferiore. Mantiene la qualità anche con poca luce. Ottima ed eccellente in diversi campi della fotografia, meno versatile e utilizzabile in caso di action in prima persona. Eccellente per qualità anche senza avere un grosso peso da portare con sé. I diversi obiettivi consentono la ripresa su più distanze e ampiezza della visuale mantenendo qualità e precisione. Essendo più leggera, non ha la stessa robustezza di una reflex, necessita quindi più attenzione. Diverse modalità di scatto consentono la possibilità di usarla a tutti. I menù e pulsanti sono meno intuitivi rispetto ad una reflex.

ACTION CAM: Le fasce di prezzo troppo basse hanno qualità estremamente basse. Le fasce di prezzo medio-alte hanno una qualità notevole talvolta pareggiabile a reflex non di fascia alta. Il peso è irrilevante. Una action cam sta dentro ad una tasca e non si fa sentire. Anche con attrezzatura, il peso rimane minimo. Versatilità impareggiabile in caso di action. Robustezza impareggiabile, solitamente sono fatte con materiale che ne attutisce i colpi. Consente riprese e scatti che, con una macchina classica non sarebbe semplice effettuare, talvolta impossibile. Spesso è waterproof. Con poca luce in compenso perdono notevolmente qualità. Non hanno la totale versatilità di una reflex o mirrorless. In caso di zoom, al progredire dello zoom, la qualità si riduce e non sono disponibili obiettivi esterni che consentono di cambiare la lunghezza focale in maniera meccanica. Poco adatto ai ritratti classici perché i volti appaiono distorti se troppo ravvicinati. Le riprese sono automatizzate o semi-automatizzate.

SMARTPHONE: Gli smartphone stanno facendo progressi enormi nel campo della fotografia. Gli ultimi modelli di fasce prezzo medio/alte hanno qualità da far invidia a molte reflex di fasce prezzo medio-basse. Per una buona qualità, bisognerà comunque valutare uno smartphone con una fascia di prezzo medio-alta. Il peso è irrisorio e, in ogni caso, è diventato ormai quasi indispensabile. Uno smartphone normalmente è sempre con noi, quindi con una sola strumentazione abbiamo smartphone e macchina fotografica nello stesso istante. Non necessità chissà quale altra attrezzatura esterna. Talvolta waterproof. Rimane comunque più fragile quindi richiede più attenzione nel maneggiarlo. Non ha la totale versatilità di una reflex o mirrorless. In caso di zoom, al progredire dello zoom, la qualità si riduce. Non sono disponibili obiettivi esterni di estrema qualità che consentono di cambiare la lunghezza focale in maniera meccanica senza minare la qualità della foto. E’ poco adatto ai ritratti perché i volti appaiono distorti se troppo ravvicinati. Salvo app particolari, lo smartphone ha gran parte del procedimento automatizzato ed estremamente intuitivo.

La decisione, salvo necessità esterne che possono essere lavoro o qualsiasi altro motivo, è prettamente soggettiva.
Per cercare di orientarsi al meglio nella scelta, bisogna porsi delle domande.
Cosa voglio farne? Qual’è l’utilizzo principale che ne farei? Cerco praticità, leggerezza, utilità, precisione, versatilità etc.? Cosa cerco per l’esattezza?
Potremmo anche chiederci “quanto mi piace la fotografia?“. La fotografia è una passione che, quando ricerca anche la qualità, ha dei prezzi da tenere in considerazione. Bisogna sempre cercare di capire quanto puntare alla fotografia, capire se è la mera idea del viaggio o della fotografia che prevalgono, oppure entrambe, oppure serve solo ad immortalare qualche foto di minore conto. Per chi vuole puntare davvero alla fotografia, vada per gradi. E’ inutile comprare una reflex da 800/1200€ e scattare in modalità automatica perché non si conosce la tecnica fotografica. Sarebbe più consono allenarsi con strumentazioni di prezzo inferiore, o con uno smartphone scaricando app che consentano modalità manuali e vedere se davvero è una passione oppure un divertimento momentaneo.

Sostanzialmente cercare di capire quel che fa al caso nostro chiedendosi: l’uso principale che ne faremmo, gli stili principali che vorremmo prendere in considerazione, la praticità e versatilità che cerchiamo e quanto vorremmo investirci di soldi, tempo e studio. Unendo le risposte si dovrebbe trovare la soluzione.
Su mia esperienza personale, dopo circa 12 anni di reflex, causa un successivo stop dato dallo scippo della mia reflex da parte di un ragazzo in bicicletta proprio durante un viaggio (furto che mi ha portato un sorta di “trauma” non indifferente nei confronti della fotografia), mi sono dedicata sempre di più alla fotografia con action cam e smartphone, incrementando in compenso lo studio della post-produzione per ottimizzare gli scatti e le riprese.
Ad ora, ma ne parlerò con più precisione dopo, scatto da circa un anno con iPhone X e GoPro Hero 7 Black e devo dire che è una combo che sto amando in maniera particolare.

Trekking tips: consigli fondamentali per chi vuole praticare escursionismo o trekking

Ho ormai imparato ad apprezzare la montagna in maniera particolarmente radicata.
Potrei benissimo considerarlo quasi un amore incondizionato, amore che mi porta a cercarla ogni qualvolta io possa farlo.
La voglia di arrivare in vetta, sentire le rocce e la terra sotto i piedi.
Vedere i dirupi, gli strapiombi, il tramonto, l’alba.
Sudare, trovare posti nascosti, passare il giorno libera dai pensieri. Trovare la capacità di ritrovarsi, mentalmente e fisicamente, perché sì, può capitare di perdere la traccia del sentiero, e ritrovarla, dopo aver vagato un po’, sarà una sensazione bellissima.
E sentire la fatica, e starsene lì perfettamente a proprio agio.
Questa è la montagna.
Ma si sa, o almeno si dovrebbe sapere, che con la montagna non si scherza.
Lei sarà sempre quella più forte, dovremmo imparare a portarle rispetto, a comprendere quanto possiamo spingerci oltre.
Da secoli gli esploratori, gli alpinisti e gli escursionisti tracciano nuovi sentieri per arrivare sulle vette di tutto il mondo. Molte di queste sono raggiungibili anche da chi non ha alle spalle un bagaglio di esperienze di montagna. Non c’è da stupirsi infatti che, negli ultimi anni, la voglia di mettersi a contatto con la natura sia in crescita. Siamo in un mondo estremamente troppo falso, troppo veloce, troppo finto e troppo grigio, troppo tutto di quel che si può considerare troppo. Per questo la gente ricerca sempre di più questa sorta di contatto con ciò che più di reale si può trovare sulla faccia della Terra: la natura.
La montagna ne è uno degli esempi più spettacolari.
Questo fa si che, determinati sport, prendano sempre di più piede nella cultura generale: escursionismo, trekking, alpinismo, arrampicata e tante altre.
Sicuramente è una cosa di cui dovremmo assolutamente andare fieri; l’idea che la gente stia prendendo sempre più seriamente la concezione di mettersi a contatto con la natura è bellissima, ma questa deve portare con sé la capacità di imparare pure a rispettarla dentro e fuori la pratica sportiva.
Ci sono miliardi di modi per rispettarla. Molti li sappiamo, o almeno dovremmo saperli e anche metterli in atto.
E fra i tanti, per quanto possa sembrare quasi esclusivamente una modalità indiretta, bisogna imparare a fare quegli sport coscienziosi di ciò che si fa.
Questo vuol dire partire preparati, conoscere i propri limiti, avere con sé le attrezzature giuste e corrette per tirarsi fuori dai possibili problemi.
La montagna va rispettata anche così.
Lei sarà sempre più grande di noi, e noi non ci possiamo permettere di prenderci gioco di lei.

Per chi avesse intenzione di mettersi in gioco lanciandosi a capofitto nell’escursionismo e nel trekking, ci sono alcuni consigli fondamentali e, talvolta vitali, di cui fare tesoro.
Qui sotto sarà possibile trovare un po’ delle principali essenzialità del trekking, utili a chi non lo ha mai praticato, ma anche a chi ha già un po’ di esperienza alle spalle, ma vuole comunque avere qualche spunto in più per migliorarsi.

Quest’articolo è scritto seguendo anche i preziosi consigli che la Guida Escursionistica Pietro Baroni, facente parte di Tuscany Wanders, mi ha potuto lasciare durante diversi scambi di idee.


TREKKING TIPS

Differenze fra ESCURSIONISMO, TREKKING, ALPINISMO, ARRAMPICATA

Ebbene sì, ci sono differenze sostanziali più o meno ovvie fra queste cinque pratiche sportive.
Da sottolineare che, almeno in Italia, la differenza fra escursionismo e trekking non è così ben definita come potrebbe invece esserlo in lingua anglosassone, in cui distinguono maggiormente hiking da trekking. Spesso, almeno in Italia, si utilizzano entrambe le parole, con scelta prettamente soggettiva, per parlare delle stesse cose, salvo il fatto di riuscire a ben definire meglio le differenze di difficoltà.
Se dovessimo invece cercare le differenze in modo più minuzioso per distinguere le due varianti di sport, basta entrare più nel dettaglio.
L’escursionismo è sicuramente il più comune e anche, fra i quattro, il più semplice, anche se è suddiviso a livelli e quindi, ad ogni livello corrisponde una certa percentuale di difficoltà. Più tardi ci concentreremo su questo.
Si tratta di camminare su sentieri segnalati con difficoltà facile o moderata, su percorsi andata/ritorno uguali oppure ad anello, ossia partendo e tornando nel medesimo punto ma senza mai attraversare lo stesso percorso. Solitamente possono durare mezz’ora, mezza giornata o un giorno.
Il trekking è una via di mezzo tra l’alpinismo e l’escursionismo per quanto riguarda la difficoltà. La differenza sostanziale tra l’escursionismo e il trekking è che un trekking può durare anche molto di più, oltre al fatto che rimane comunque su sentieri e tracce più complicate rispetto ad una più classica escursione.
Nell’idea più comune, fanno parte del trekking anche le Vie Ferrate, percorsi con strutture installate artificialmente su pareti rocciose da attraversare con la dovuta attrezzatura. C’è da sottolineare che la legislazione attribuisca invece le vie ferrate alla pratica Alpinistica, poiché sono le Guide Alpine ad avere la competenza di un’eventuale accompagnamento su sentieri attrezzati e non le Guide Escursionistiche. Nel pensiero comune degli alpinisti vecchia scuola c’è invece una sorta di ripudio nei confronti dei sentieri attrezzati, e quindi facilitati, vedendo l’alpinismo come un’esplorazione vera e propria.
L’alpinismo è di gran lunga la più difficile e impegnativa fra le tre, in quanto è non solo provante a livello fisico, ma richiede estrema tecnica ed esperienza. I percorsi di alpinismo, prettamente più ostili rispetto a sentieri più battuti, spesso possono richiedere anche diversi giorni per essere completati, oltre a richiedere attrezzatura adeguata e di supporto che necessariamente dev’essere portata con sé. Sostanzialmente si tratta di una disciplina che comporta il raggiungimento della vetta senza passare da sentieri tracciati in alcun modo. Racchiude con sé il mettersi in gioco al 100%, l’idea di non cercare la strada già battuta o quella più facile e breve, ma andare alla scoperta, essendo completamente coscienti della quantità di rischi e di necessità (fisica, tecnica e di attrezzatura) che, inevitabilmente, l’alpinismo porta con sé.
L’arrampicata è complementare all’alpinismo. Se l’obiettivo dell’alpinismo è il raggiungimento della vetta, quello dell’arrampicata è piuttosto il superamento di determinate difficoltà e determinati ostacoli.
Nell’arrampicata alpinistica, i punti di protezione vengono fissati durante la progressione, nell’arrampicata sportiva la parete da scalare è già dotata dei punti di protezione fissi. Può essere fatta sia outdoor che indoor, in palestre apposite.

La classificazione di difficoltà escursionistica

Dettaglio particolarmente importante da conoscere quando si comincia un sentiero di escursionismo/trekking, è la lettura delle sigle della classificazione di difficoltà del sentiero.
Significa quindi iniziare un itinerario sapendo, a grandi linee, a cosa si può andar incontro. Spesso basta informarsi sulle guide, oppure online. Oppure, nel caso vi troviate di a fare un sentiero non programmato, potrebbe essere scritto direttamente sulla segnaletica del posto.
Da sottolineare il fatto che durante un itinerario di lunghezza varia, è possibile incorrere in più di un sentiero. Quindi, quando si decide di procedere per un determinato itinerario, è sempre buona norma riuscire a capire la difficoltà di ciascun sentiero da fare.
Per distinguere l’impegno richiesto, sia a livello fisico che tecnico, il CAI (Club Alpino Italiano) utilizza quattro sigle diverse, ciascuna delle quali rappresenta difficoltà sempre maggiori.
T= Turistico. Itinerario su strade, mulattiere o sentieri larghi e ben accessibili. I percorsi generalmente non sono lunghi, non presentano problemi di orientamento e non necessitano un allentamento troppo specifico se non almeno quello tipico di una passeggiata. Talvolta i sentieri T sono adatti anche alle sedie a rotelle.
E= Escursionisti. Itinerari su sentieri o tracce su terreni di vario genere. Hanno bisogno di un allenamento fisico un po’ più adatto. Richiede la capacità fisica di sostenere anche tratti più ripidi, mentre i tratti esposti, normalmente sono pochi o, talvolta, eventualmente protetti o attrezzati. Può prevedere facili passaggi in roccia, non esageratamente esposti e che comunque non richiedono conoscenze specifiche. Possono svolgersi anche in ambienti innevati ma solo lievemente inclinati. Richiedono un certo senso di orientamento, allenamento alla camminata e a sali/scendi, oltre a calzature ed equipaggiamento adeguati.
EE= Escursionisti Esperti. Sono itinerari sia segnati che non, con diverse difficoltà: il terreno può essere costituito da pendii scivolosi di erba, misti di rocce ed erba, pietraie, pendii non alpinistici o anche singoli passaggi rocciosi di facile arrampicata con possibile uso delle mani in alcuni tratti. Pur non essendo percorsi che richiedono attrezzatura particolare è possibile trovare alcuni tratti attrezzati poco impegnativi e che non necessitano di dispositivi di autoassicurazione. Richiedono una discreta conoscenza dall’ambiente alpino, passo sicuro ed assenza di vertigini. La preparazione fisica deve essere sicuramente molto più adeguata e abituata a percentuali di pendenza anche sostenute e dislivelli sostenuti. Sono sicuramente presenti tratti esposti, difficili a livello tecnico e fisico, quindi più impegnativi e con rischi maggiori.
EEA = Escursionisti Esperti con Attrezzatura. Sono i percorsi esperti attrezzati o in cui si necessita di dispositivi di autoassicurazione (cordini, moschettoni, imbracatura, dissipatore, casco, etc.). In questa categoria fanno parte anche le Vie Ferrate. C’è bisogno di esperienza su sentieri EE e di conoscenza migliore dei possibili terreni (roccia, pendii erbosi etc.), assenza totale di vertigini, passo sicuro e allenamento già più intensivo. Sia a livello fisico che tecnico richiedono particolare attenzione, sarà possibile incontrare pendenze anche elevate, discese e salite scoscese, dislivelli maggiori.

GPS o mappa?

GPS o mappa sono entrambi metodi di orientamento fondamentali. La soluzione perfetta sarebbe quella di utilizzarli incrociando le possibilità di entrambi. Nell’era della tecnologia siamo sicuramente più propensi all’utilizzo di sistemi smart, quindi il GPS, che sia il dispositivo portatile oppure quello integrato nel cellulare, potrebbe rivelarsi la soluzione più veloce.
Sicuramente, a prescindere dalla scelta che verrà fatta, un sistema di rintracciamento e orientamento è tassativamente fondamentale, talvolta anche vitale.
Ci sono PRO anche per la mappa cartacea. Il semplice fatto di imparare a leggerla, perché nel caso in cui il GPS o lo smartphone si spengano (ed è possibile causa cambio temperatura, umidità, problemi vari etc.), la mappa cartacea, se ben mantenuta nello zaino, difficilmente ci abbandonerà. Ha la capacità di dare uno sguardo totale alla zona circostante, anche a grandi distanze, dando la possibilità di orientarsi in modo più specifico su grandi spazi. Da la possibilità di apprendere cenni di cartografia, di allenare la mente, di sviluppare un senso di orientamento più corretto. C’è la possibilità di segnare su carta il sentiero che vorremmo fare. I PRO poi sono sempre molto soggettivi, ma già solo la possibilità di poter apprendere e sviluppare la mente ad un senso di orientamento più tecnico, è già ottima cosa.
Di svantaggio c’è sicuramente l’impossibilità di capire propriamente il punto esatto in cui siamo fermi, nel caso di perdita del sentiero o per qualsiasi altro motivo, causa una probabile mancanza di capacità di orientarsi per bene. Quindi sempre meglio cercare di non andare nel panico e di usare la combo: bussola + mappa. Osservando ciò che ci circonda.
Il GPS dà sostanzialmente le stesse possibilità di una mappa cartacea, con la differenza che riesce, di solito, a captare il punto esatto in cui ci troviamo sulla mappa. Dà la possibilità di registrare la traccia dell’itinerario percorso e salvarla. Ci registrerà chilometri, percentuale di pendenza, dislivello e molto altro. Alcune app ci mostreranno vere e proprie mappe della sentieristica del posto, dandoci la possibilità, come quelle cartacee, di scegliere l’itinerario che vogliamo fare già prima di cominciarlo. Lo svantaggio potrebbe essere la mancanza di “insegnamento” della lettura cartografica, lasciandoci molta più automatizzazione, cosa che spesso ci priva della possibilità di apprendere e sviluppare determinate capacità di orientamento che potremmo ritenere assolutamente essenziali.
Il GPS è già integrato dentro a tutti gli smartphone. Basterà scariche app adatte all’escursionismo/trekking per poterne fare un uso ancora più corretto. L’altra soluzione, ancora più precisa rispetto ad un GPS integrato, è comprare un dispositivo GPS portatile, che registrerà una traccia molto più corretta rispetto a quella di un GPS da smartphone.
C’è da dire che sicuramente il GPS si è reso indispensabile, a prescindere dalla scelta che se ne farà. E’ di vitale importanza portarsi dietro qualcosa che registra la nostra posizione, perché, in caso di necessità, aiuto e quant’altro, i soccorsi potranno vedere il prima possibile la nostra posizione. Questa è una catastrofica possibilità, ma è sempre bene partire prevenuti e consci del rispetto che la montagna necessita.
Nel caso si utilizzi solo ed esclusivamente un GPS, ricordiamoci sempre di avere con noi una power bank di scorta.

Scarpe da ginnastica Sì o No?

Qualsiasi buon escursionista o trekker difficilmente ti dirà di partire con lui/lei senza avere con te un paio di scarpe adatte.
Solitamente è consono partire sempre con delle calzature (che siano alte o basse, quindi che coprano o meno la caviglia) adatte per l’escursione, i più comunemente chiamati scarponi. Tutto ciò, ovviamente, dipende anche dal sentiero che si andrà a percorrere. Normalmente un sentiero classificato come T (turistico), non richiederà l’uso di particolari calzature e quindi sarà possibile seguirlo con un paio di scarpette da ginnastica senza dover necessariamente acquistare qualcosa di nuovo.
Un sentiero classificato come E potrà già cominciare a richiedere l’utilizzo di calzature adatte, sia per il terreno che potremmo incontrare lungo il percorso (scivoloso, roccia, erba etc, quindi anche di vario genere e più difficilmente praticabile con delle scarpe lisce).
Sentieri EE, EEA, sentieri alpinistici e vie ferrate sono assolutamente da escludersi se non fatte con la dovuta scarpa.
Gli scarponi da trekking possono essere sia bassi che alti. Questa è una scelta molto soggettiva: alcuni preferiscono avere più mobilità sulla caviglia e quindi tenere una calzatura più bassa, altri preferiscono avere una stabilità maggiore e preferiscono una calzatura più alta. Questione principale è riuscire a capire dove si riesce a stare più comodi e nel contempo anche sentirsi più sicuri.
Una calzatura più alta, tecnicamente parlando, dà sicuramente più stabilità soprattutto sui sentieri scoscesi.
C’è da sottolineare anche che gli scarponi non sono tutti uguali, se performanti possono essere adeguati alla maggior parte dei sentieri, ma inadatti su terreni che richiedono una progressione più tecnica e sicura.
Solitamente si cerca di muovere i primi passi nel trekking con una scarpa il più versatile possibile, e poi fare un progresso cercando di capire quale sia la scarpa migliore per sé tenendo in considerazione anche il tipo di sentieri e di attività che vorremmo fare.
Consigliabile sempre una scarpa waterproof, quindi resistente all’acqua.
Consigliabile la più innovativa suola VIBRAM, che ne produce di diverse tipologie adattabili su terreni diversi, e che, ad ora, è considerata una delle migliori suole al mondo. Sono composte da mescole sintetiche, che possono essere composte da circa 15-20 diversi ingredienti (tra cui ad esempio zolfo, carbonio, silicio).

Cosa portare nello zaino: i primi passi nel mondo del trekking

Fare lo zaino è uno dei passi fondamentali di un buon escursionista. Salvo necessità soggettive, ci sono cose di assoluta importanza da non dimenticare per godersi l’avventura.
Per quanto sia apparentemente banale, portarsi dietro una buona riserva d’acqua è uno dei passi principali. Meglio sempre averne un po’ in più che un po’ in meno. Tutto varia anche a seconda del meteo, della stagione e di quanto una persona normalmente beve. Ma partiamo dal presupposto che non sarebbe male avere con sé almeno 1,5 l o, meglio ancora 2 l. D’estate potrebbe essere tranquillamente necessario anche averne con sé di più.
Potremmo sempre tenere in considerazione la possibilità di trovare fonti durante l’itinerario, e sarebbe sempre consono informarsi di questo prima della partenza.
C’è da considerare anche che il materiale indispensabile da portare con sé, varia anche molto a seconda del percorso da fare. Un sentiero EEA, sia per questioni di sicurezza, di prevenzione, di difficoltà tecnica e fisica, necessiterà di considerare quasi indispensabili cose che in un sentiero T o E potremmo quasi non considerare.
Qui un elenco di ciò che potremmo ritenere di indispensabilità anche per chi è alle prime armi con il trekking.

  • acqua (almeno 1,5 l, 2 l o anche più a seconda del sentiero, stagione etc.), cibo (sia pranzo/cena, snack, salvo intolleranze/allergie, ottima la frutta secca a guscio e non, cioccolata)
  • GPS (smartphone o dispositivo esterno) + powerbank (ottimi anche quelli a energia solare) e cavi necessari
  • fazzoletti
  • cappello, collo, impermeabile, volendo abbigliamento di ricambio o abbigliamento per coprirsi a strati, calzini di ricambio
  • coltellino e accendino, o anche pietra focaia, fiammiferi etc.
  • orologio, bussola, torcia da testa, possibile mappa cartacea
  • fischietto
  • kit di primo soccorso (acquistabile in piccole confezioni apposite), amuchina o disinfettante
  • un piccolo quadernino e penna
  • nastri telato e isolante, cordino, filo

Sebbene alcune cose siano agli occhi di tutti essenziali, altre potrebbero sembrare meno necessarie. Ripeto che le necessità cambiano anche a seconda dell’itinerario da fare, della durata, della difficoltà etc., ma questo significa semplicemente che, cose che, all’apparenza potrebbero sembrare inutili, non lo sono, o almeno non lo sono in caso di necessità e/o bisogno di soccorso.
Un mio consiglio è semplicemente cercare di capire cosa potrebbe diventare essenziale nel caso in cui mi perdessi o mi facessi male e non avessi possibilità istantanea di essere ritrovata o soccorsa. Ci sono cose che diverrebbero automaticamente indispensabili.

Ricordarsi sempre, in ogni caso, di avere un sé qualsiasi strumento che possa dare la possibilità di essere, almeno in caso di soccorso, facilmente tracciabili e ritrovabili. Ad ora, lo smartphone è la soluzione più comune.

Capire il meteo: quando è consono partire

Capire il meteo necessita studi approfonditi e non è quindi corretto cercare di parlarne in poche righe o comunque in pochi paragrafi.
C’è da dire che il meteo è di essenziale importanza quando si tratta di decidere se fare o no un itinerario di trekking.
E’ sempre buona norma guardare nei giorni precedenti e anche il giorno stesso, la mattina presto o anche subito prima di partire cosa ci segnala il meteo, anche comparando diverse fonti. In montagna è solito trovarsi di fronte ad un meteo che cambia anche solo in pochi minuti e questo potrebbe coglierci spesso alla sprovvista.
Se il meteo, controllato sia i giorni precedenti che il giorno stesso, continua a segnalare clima ottimo tutto il giorno, fino a notte, il problema, in teoria, non si pone. Se invece ci avverte della possibilità di incontrare nuvole o pioggia, ci troveremo a che fare con condizioni estremamente più complicate a seconda della difficoltà del sentiero.
Ovvio quindi che è meglio non incamminarsi su sentieri non adatti in condizioni sfavorevoli; uno dei peggiori terreni da percorrere è la roccia umida o bagnata, ma anche una bella discesa erbosa completamente zuppa di pioggia.
Non c’è da scherzarci, bisogna sempre tenere fede alla condizioni del meteo: nel caso in cui ci trovassimo di fronte ad un temporale, a pioggia forte o condizioni meteorologiche non per niente favorevoli, meglio non partire, tornare indietro se già in cammino, se la possibilità di tornare indietro sussiste, oppure cercare riparo il prima possibile.
Di nuovo, bisogna sempre cercare di rispettare la montagna e, in questo caso, la si rispetta semplicemente cercando di non sfidarla laddove non è possibile.
L’argomento meteo è piuttosto complesso e io non ne ho le piene capacità per poterne parlare con tutta la facilità che necessiterebbe. Il consiglio per chi inizia è semplicemente cercare di capire che il meteo è parte integrante del trekking: se non ci sono le condizioni meteorologiche adatte al tipo di itinerario da percorrere, il trekking andrà inevitabilmente rimandato.

Consigli utili generali

  • Bastoncini da trekking sì o no?
    Questa è una questione prettamente soggettiva. E’ indubbio che, a prescindere dalla scelta personali, i bastoncini aiutino a scaricare peso, soprattutto nelle discese. Se ben usati, agevolano la camminata, danno la possibilità di sentire meno fatica sulle gambe e di aiutarsi con la forza delle braccia. C’è chi li utilizza sempre, chi solo su determinati sentieri o su trekking di più giorni in cui la fatica è sicuramente più accentuata, sia chi non li utilizza mai. Questa è una scelta personale.
  • Vertigini: escursionismo sì o no?
    Assolutamente sì. Non tutto l’escursionismo è su dirupi, creste affilate, pendenze elevate. Tantissimi sentieri non presentano nessun tipo di problema anche per chi soffre di vertigini o, comunque, di acrofobia. L’importante è conoscere i propri limiti e cercare di superarli solo ed esclusivamente quando ci si sente pronti. Molte persone hanno combattuto la loro fobia, la loro paura, con la montagna, ma, eventualmente, dev’essere fatto tutta con coscienziosa progressione.
    Nel caso di panico, farsi aiutare e farsi sostenere dai compagni e non avere nessuna fretta di procedere.
  • Serve una preparazione fisica adatta?
    Dipende. Dipende da che tipo di trekking si sceglierà di fare. Un’escursione semplice, di tipo T o anche molte E, non necessitano particolari doti sportive o fisiche. L’escursionismo è adatto a tutti, ci sono sentieri fattibili anche in sedia a rotelle. E’ uno sport per tutti semplicemente perché porta con sé diversi livelli di difficoltà. Ed è sempre buona norma fare tutto con particolare progressione e passare ai livelli di difficoltà successivi avendo prima fatto esperienze minori.
  • Non riesco più ad andare avanti ma ormai voglio arrivare in vetta, cosa faccio?
    Frase tipica dei trekker. Ci sono diversi motivi per cui, ad un certo punto, è possibile dover fare i conti con l’idea di non poter continuare. Va contro l’orgoglio, certo, ma bisogna restare lucidi. In caso davvero non ci si senta in grado di procedere per i più svariati motivi, bisogna saper accettare quel momentaneo limite e, nell’eventualità, tornare indietro. Non si sale se il meteo non ce lo consente, non si sale se non siamo abbastanza lucidi (che sia per stanchezza o qualsiasi altro motivo), non si sale se comincia a far buio e non siamo attrezzati. Ci sono molti motivi per imparare a darsi uno stop.
    Se la passione per la montagna comincerà a radicarsi, si radicherà con sé anche la voglia di arrivare alla meta a tutti i costi. Dovremmo assolutamente imparare a capire quando non ci è possibile raggiungerla per un motivo o un altro.
  • Voglio fare quel sentiero EEA, ma non ho molta esperienza. Posso farlo?
    Dipende. Potresti farlo tranquillamente e non avere nessun tipo di problema, oppure potresti farlo e accorgerti nel bel mezzo del percorso che non eri abbastanza pronto.
    Bisogna fare esperienza. Sarebbe un po’ come pensare di iniziare a giocare a calcio e credere di poter andare in serie A dopo un mese, un po’ come pensare di fare basket da un anno e finire in NBA subito dopo. Potrebbe andare tutto bene, oppure forse potrebbe esserci bisogno di più pratica.
    Ogni cosa ha bisogno di tempo, anche il trekking. Più si sale di difficoltà, più, non solo si incontreranno esigenze di preparazione tecniche e fisiche che ovviamente non sono necessarie su sentieri più semplici, ma la quantità di rischi aumenta sempre di più. Se non si è abituati ad aver a che fare con quella tipologia di rischi, ci si troveranno tutti di fronte senza avere la più pallida idea di come scansarli o di come risolverli nel caso dovessero realizzarsi.
    Non ci dev’essere fretta. L’esperienza è il miglior modo per procedere in montagna. E, sopratutto, dobbiamo sentirci dentro che è arrivato davvero al 100% il momento di poter fare quell’itinerario più difficile.

Questa breve guida per le prime esperienze certamente mancherà di altri consigli, ma reputo questi di fondamentale importanza.

L’escursionismo si può praticare al mare, in campagna, in collina e in montagna. E’ uno degli sport più appaganti di cui potremmo fare esperienza, perché ci mette appieno a contatto con ciò che ci circonda e con cui conviviamo costantemente. Ci dà la possibilità di godere di panorami stupendi, di poter vedere animali selvatici, di conoscere luoghi prima sconosciuti, di incontrare persone oppure di rimanere anche in solitaria senza dover necessariamente spiegare il perché.
Quando si comincia a progredire di difficoltà, è sempre bene farlo con coscienza.
In ogni caso, l’escursionismo/il trekking, una volta provati, difficilmente vorremmo toglierli dalla nostra vita perché è lì che forse, la vita si assapora meglio.
Lascio qua sotto un mio scritto, una dedica alla montagna, per provare a far capire l’emozione che può esserci di fronte a quelle vette spettacolari che, bene o male, ricoprono un bel mezzo di mondo.

“Non molto tempo fa, una persona mi chiese per quale motivo io salissi in montagna con tutta questa caparbietà.
Io presi qualche istante per risponderle, perché non sapevo effettivamente i motivi. Tutt’ora non credo di saperli del tutto, del resto quando ti piace davvero tanto una cosa, che importanza ha saperne il motivo?
Questa persona però si aspettava da me una sorta di risposta, o almeno qualcosa di simile.
Io le dissi che mi piace sentire le gambe che faticano, sentire che il cuore mi batte più forte e sentirlo veramente dentro la cassa toracica, che apprezzo il fatto che me ne esco da una salita con il fiato corto e le gambe a pezzi e la voglia di continuare a salire.
Che molto probabilmente soffro di dipendenza da adrenalina.
Ma a lei non bastava questa risposta.
Allora ci pensai su ancora un po’.
Lei mi disse che forse, forse era il mio modo per pensare meno, che forse sono una persona tendente a fare le cose e non a stare nelle cose. Che forse faccio un po’ fatica a gestire le emozioni e ciò che sento dentro, così cerco qualsiasi cosa che possa distrarmi. Sono una che fa tanto e sta poco.
Io ci pensai su.
Non era mica poi così tanto sbagliato.
Le dissi però che lassù, in vetta, su di una ferrata, in montagna, lassú ci sto appieno nelle emozioni. Le sento tutte quante, una dietro l’altra. Tutte le emozioni, tutti i sentimenti.
Tutto è estremizzato.
E tutto diventa più bello, e meno pesante.
Allora è lassù che, dopo aver fatto tanto, riesco a stare del tutto.
E il cuore che batte forte nel petto, non so più se esplode di cose da provare o da fatica da smaltire.”

ultimo scatto originale di Pietro B.


5 cose che il Surf insegna e di cui dovremmo fare tesoro


La prima volta che misi piede su una tavola da surf, dovevo ancora compiere 21 anni. Era un sogno da tempo ormai, ma per svariati motivi non ero ancora riuscita a metter piede su quelle tavole tanto speciali quanto, a quei tempi, irraggiungibili.
La prima volta che misi piede su una tavola da surf non posso dimenticarla.
Non posso dimenticare la sensazione d’esser sdraiata sul mare, volto rivolto verso la spiaggia, e dietro gli hotel ancora chiusi, in un fuori stagione di primavera da poco iniziata, dietro c’erano le montagne.
La prima volta che misi piede sulla tavola, ci fu qualcosa che mi prese dentro un pezzo di cuore e lo fece suo. Forse quella sensazione inspiegabile. Un po’ strano da pensare, come uno sport qualsiasi possa immergerti in una tale sensazione di vita, che la vita stessa prende tutta un’altra piega.

E caddi. Caddi talmente tante volte, con le braccia stanche date da remate a vuoto verso la line up quasi mai raggiunta, che mi sembrava di essere talmente tanto stanca da non aver dormito negli ultimi dieci anni.
Ed ero estremamente felice.
Stanca.
Quasi distrutta.
Con qualche livido in più, e la pancia un po’ grattata di paraffina appena messa.
E dannatamente in pace con me stessa.
E il resto del mondo perdeva di importanza.
Solo io e il mare, e la tavola, e le onde.

E quando, per la prima volta, presi l’onda, ci fu il respiro mancato, quell’attimo esatto in cui tutto diventa perfetto, come la canzone più bella del mondo messa come colonna sonora dell’attimo più felice della tua vita.
Come quando capisci cos’è la perfezione in un mondo che la perfezione l’ha sempre data per scontata.

Il surf è così.
E’ una dosa intera di adrenalina iniettata endovena senza nemmeno aver avuto prima l’opportunità di un preavviso. Un picco assoluto di serotonina che stacca i neuroni dal cervello e te la fa godere così. Esattamente così.
Il surf è questo.
E’ felicità allo stato più puro, in simbiosi col mondo, col mare e col respiro affannoso che indica nient’altro che vita.
La tua. Vissuta esattamente per bene, come dev’esser vissuta davvero.

Ma il surf è qualcosa di unico nel suo genere, che venga preso come sport o come vero e proprio stile di vita, il surf è un insegnante a tutto tondo. Io, per esempio, ho avuto modo di imparare cose e metterle in pratica nella mia vita di tutti i giorni.
Certo. Assurdo come una “stupida” tavola possa insegnarti tanto, eppure è così. E ci sono cinque cose, per l’esattezza, che sono talmente tanto speciali da dover essere condivise un po’ con tutti, perché si meritano un posto in pole position nel libro dell’etica umana, se tale libro esistesse.


5 DEGLI INSEGNAMENTI CHE IL SURF REGALA

5. RISPETTA LA NATURA, CHE SENZA DI LEI, NEMMENO ESISTEREMMO

Esattamente. Nel nucleo dello spirito del surf si racchiude una cultura della natura particolarmente radicata. C’è un rispetto enorme nei confronti di ciò che ci circonda, perché si prende coscienza di quanto importante, a livello vitale, sia la natura nei nostri confronti. Senza di essa non esisteremmo, senza il mare non potremmo surfare, senza gli alberi ci mancherebbe il respiro.
Il surf, quello vero, quello sano, insegna a rispettare la supremazia di tutti gli elementi della natura.
Molte scuole di surf si stanno muovendo per organizzare eventi di raccolta dei rifiuti sui lungomare di tutto il mondo. Surfisti di fama mondiale promuovono e sensibilizzano una vita più ecosostenibile.
Del resto, se si vuole surfare, dobbiamo non trascurare il mare.
Del resto, se si vuole vivere, dovremmo portare rispetto a chi la vita ce la lascia godere.

4. LA NATURA HA UNA FORZA ESTREMAMENTE PIU’ GRANDE RISPETTO AD UN COMUNE ESSERE UMANO

Il surf insegna a non oltrepassare troppo i limiti del nostro sapere. Non si possono surfare onde troppo grandi se non si è preparati abbastanza, perché quell’onda sarà sempre più forte di noi, e noi siamo piccoli in confronto al mare. Bisogna avere rispetto per chi sta al mondo da più anni di noi. E credo che ogni singola goccia d’acqua che sta dentro ad un oceano ha comunque più anni di qualsiasi essere vivente.
Il surf impone dei limiti, che prima o poi potranno essere anche superati, ma ti insegna a dosare bene la coscienza, a entrare in contatto sincero con te stesso per chiederti se riuscirai o no a cavalcare quelle onde così forti.
Il surf ti insegna a rompere quei limiti, ma ti insegna pure a capire quand’è il momento di farlo.

3. CACCIA VIA QUEL CHE TI FA STAR MALE, SULLE ONDE ESISTETE SOLO TU E IL MARE

Potrei parlare per ore della sensazione di mancanza di tristezza che persiste mentre si è sopra una tavola da surf, che sia standosene comodamente seduti in line up, oppure sdraiati, di fronte ad un tramonto aspettando la serie perfetta, o, meglio ancora, in piedi, cavalcando l’onda che tanto aspettavi.
Surfando, i problemi scivolano via, il tuo corpo prende un peso diverso, lo senti tutto quanto, e senti che si collega al cuore, al cervello, e i pensieri, per un po’, si fermano, ed è tutto concentrato su quel momento, che è perfetto, davvero.
Il surf insegna la pazienza, l’attenzione all’esser costanti, felici, a ricercare la felicità e, ancora di più, a viverla, esattamente come mentre aspetti l’onda, come quando la prendi e il mondo più nero scompare.
Dovremmo focalizzarci così, sulle cose belle, e lasciarsi scivolare via i pensieri negativi godendosi tutti gli istanti appieno, com’è giusto che sia.

2. CONDIVIDI LA TUA FELICITA’, LA TUA ONDA REGALALA A CHI NON NE HA MAI SURFATA UNA

Diverse volte ho portato qualche amico, qualche amica, a surfare con me. Restavano un po’ restii di fronte a quella nuova esperienza, non sapevano se accettare o no. Ma poi lo hanno fatto. Sotto mia felice insistenza. Volevo fargli provare la sensazione inspiegabile che nasce dal mare e cresce al crescere delle onde. Così gli prestavo la mia tavola, gli legavo il leash al piede, gli dicevo come remare, come cercare di alzarsi in piedi. E poi li portavo in mare con me, li tenevo stretti con me e li lanciavo forte all’arrivo dell’onda.
Ecco. Io ricordo i volti di ciascuno di loro. Ricordo i sorrisi. Ricordo gli abbracci felici di chi per la prima volta era salito davvero sulla tavola, sulla sua prima onda.
Io ricordo loro che non sapevano come descrivere quella sensazione, loro che si sdraiavano di nuovo ad aspettare la spinta successiva.
E così per ore. Stanchi morti, felici come da vivi si può essere.
Il surf mi ha insegnato a condividere quella felicità, perché merita d’esser condivisa con le persone a cui si vuole bene. Solo per vedere sul loro volto quegli occhi così belli di chi si sente scorrere la vita addosso un po’ più forte di quel che il sangue scorre ogni giorno.
Regalare quelle onde che avrei potuto prendere io, e regalarle a chi non sapeva nemmeno se accettare o no la mia proposta, vederli felici, vederli presi dal momento, è un qualcosa di troppo bello da poter esser messo da parte.

1. PRIMA DI TUTTO VIVI

Il surf, quando lo senti davvero, quando diventa talmente tanto importante da trasformarsi in qualcosa di estremamente vitale per te, diventa uno stile di vita vero e proprio. Si cerca l’onda ovunque, si viaggia per entrare in un oceano diverso e prendere QUELL’ONDA, quella che sognavi da tanto tempo. Un po’ come quando partì per la California, e in testa avevo quelle belle onde di Huntington Beach che mi chiavano. Il surf ti insegna a vivere per ciò che ami. Ti insegna a lottare per ciò che vuoi, che se vuoi un’onda, la vai a cercare dall’altra parte del mondo, e non esistono chissà quali barriere a frenarti dal viaggio.
Il surf ti insegna che il mare, d’inverno, è freddo come il ghiaccio, ma quell’onda a metà gennaio è così bella che il freddo non passa il secondo strato di pelle, e se passa, non te ne frega abbastanza da farti smettere.
Perché ti insegna che se qualcosa è importante, lo è davvero, a tutti i costi, che se quel che vuoi va al di là di tutto, tu quel tutto saresti pronto a scavalcarlo.
Il surf è così.
Ti insegna un po’ a vivere, un po’ a lottare per ciò che vuoi davvero. Come quell’onda hawaiiana cavalcata da Bethany Hamilton, che hai visto in qualche suo video online, che adesso tu conti i soldi che ti rimangono per comprare un biglietto con destinazione Hawaii.
Il surf ti insegna quant’è bello lottare per ciò che diventa vitale.

Il surf insegna veramente tanto.
E’ una terapia contro il male, contro la tristezza, contro l’infelicità.
Il surf è vita.
Perché te la fa scorrere tutta lungo le vene, col fiato corto, le braccia stanche e sotto il mare.

Il surf insegna la pazienza.
La perseveranza.
La forza e il coraggio.

Sta tutto lì, un po’ a galla nel mare, un po’ fra le onde che ancora devono salire.
E’ vita.
Vita vissuta come dev’esser vissuta per bene.

prima foto in alto di Giacomo P.