Qualche domanda a chi ha fatto del west il suo stile di viaggio

Alessia è una ragazza, italianissima, che ha cominciato a viaggiare del west americano all’età di 19 anni.
Di lì la passione per quel pezzo di mondo così lontano, che, allo stesso tempo, ha scoperto essere una parte di sé.
Da Los Angeles, alla California di San Francisco, ma poi Nevada, Arizona, Nex Mexico, Alessia ha cercato pezzi della nuova e della vecchia America ovunque li potesse scovare. Ha visto ghost town più o meno conosciute, parlato con la gente del posto, stretto amicizie con chi, un altro turista, magari non avrebbe nemmeno potuto avere la fortuna di parlare.
Quando parte, è un viaggio continuo lungo i deserti senza fine della Route 66, o fino al confine messicano, scendendo a sud verso la comunità hippie di Slab City.
Alessia conosce parti d’America che spesso rimangono sconosciuti anche agli americani stessi.
Con Alessia ho già avuto modo di parlare qualche volta. E’ stato proprio grazie a lei che ho avuto modo di scoprire una fetta di California che non conoscevo e che mai avrei pensato potesse essere così estremamente bella, e sto parlando di Algodones Dunes, mezz’ora dal Messico, fuori dal resto del mondo.
Senza nascondere la mia ammirazione e un po’ di sana invidia nei suoi confronti, stavolta le ho chiesto invece se avesse voluto partecipare ad una breve intervista.
Lei, con gentilezza, ha immediatamente accettato.

Alessia, com’è nata la passione per gli States?
È iniziato tutto con il primo viaggio in California, avevo 19 anni e una gran voglia di esplorare quella parte di mondo, così ho deciso di partire da sola, destinazione Los Angeles.

E, più in dettaglio, la passione per il west?
L’ovest è stato il mio punto d’approdo negli Stati Uniti, le mie prime memorie e ricordi più cari sono tutti legati a questa parte d’America. Inoltre, il west è terra di spazi infiniti, natura e leggende e ho sempre trovato tutto questo terribilmente affascinante.

Hai girato spesso in ghost town, come mai questa scelta?
I luoghi abbandonati hanno sempre attirato la mia attenzione. In particolare credo che visitare le ghost town, e in generale i luoghi dimenticati nel west, sia un po’ come viaggiare nel tempo. Un’esperienza sospesa tra passato, presente e futuro, una stratificazione di sogni, illusioni, epoche e generazioni.

Come sei riuscita ad entrare nel mondo delle persone che vivono in determinati contesti/città?
Durante i miei viaggi ho avuto la fortuna di conoscere molte persone aperte, curiose, disponibili e interessanti. Entrare in contatto con loro è stata la cosa più semplice e naturale che potessi fare, alla fine è sempre partito tutto da un semplice saluto o sorriso ricambiato.

Come mai questa scelta di ricercare posti e gente così?
Non la definirei una vera e propria scelta, i luoghi e le persone più incredibili li ho incontrati per caso, semplicemente viaggiando con occhi e cuore sempre ben aperti.

Hai avuto l’opportunità di sentire e vivere queste storie, fra le tante, quali sono state le storie più belle che ti hanno raccontato o che hai vissuto?
Ho amato profondamente ogni storia, ogni aneddoto, ogni esperienza vissuta in viaggio. Dall’incontro con Bob e Susan, che vendevano uova nel bel mezzo del deserto californiano, alla visita a casa di Leroy, sindaco autoeletto di un minuscolo paesino tra le montagne del Nuovo Messico ed ex veterano della guerra del Vietnam.

Puoi dirci qualcosa di più su Leroy?
La storia dell’incontro con Leroy è descritta nel dettaglio in un capitolo del mio nuovo libro “Everland”. Ci siamo conosciuti per caso, quando mi sono fermata davanti al suo giardino, attirata dai riflessi dei cristalli colorati e dalla sua arte strampalata. È stato lui a invitarmi ad entrare in casa, mostrandomi con orgoglio tutte le sue creazioni. Devo ammettere che quel pomeriggio in sua compagnia è stato piuttosto strano, a tratti mi sono sentita intimorita dalla sua presenza, aveva un forte odore d’alcool addosso, ripeteva a nastro una serie di frasi fatte e soprattutto, non voleva saperne di lasciarmi andare via. Solo alla fine, prima di uscire dal suo giardino, mi ha sussurrato di essere un veterano del Vietnam, in quel momento ho capito molte cose. È stata un’esperienza fatta di alti e bassi, tra comicità e tragedia, in ogni caso mi ha toccato il cuore.

Ti sei affezionata in particolar modo ad una delle persone conosciute in viaggio / sei rimasta in contatto con loro?
Ho mantenuto i contatti quasi con tutti gli amici incontrati in viaggio, tranne un paio di eccezioni ma solo perchè non dispongono di telefono né connessione internet e l’unico modo per parlare con loro è andare a trovarli di persona. In particolare però ho stretto un legame molto forte con un amico che abita ad Albuquerque, Richard. Ci siamo conosciuti in rete circa tre anni fa e da allora ci sentiamo ogni giorno e viaggiamo spesso negli USA insieme, ha anche scritto la prefazione del mio ultimo libro, Everland. Lui è senza dubbio uno dei regali più belli che l’America mi abbia fatto, un amico e una persona davvero speciale.

Hai un posto che ti è rimasto nel cuore più di tutti?
C’è un piccolo cimitero di croci bianche disperso nelle praterie del Nuovo Messico. Un pezzetto di storia italiana, trapiantato in un’America fuori dal tempo. Ecco, credo che il mio cuore sia rimasto lì.

Alessia, hai pubblicato due libri: Everland e Wasteland,
dentro hai raccontato i tuoi viaggi, giusto? Vuoi darci qualche dritta generale sugli argomenti trattati?
Nei miei libri cerco di raccontare un lato diverso degli Stati Uniti, andando sempre alla ricerca di storie e luoghi fuori dal comune, con poca bellezza in senso classico ma tanto carattere e voglia di raccontarsi. Parlo di realtà scomode e nascoste, riporto storie straordinarie di gente comune ma soprattutto cerco di dare voce ai luoghi più remoti, insoliti, dimenticati. Città fantasma, cimiteri abbandonati, comunità di hippie e senzatetto,
artigiani di bare, scienziati eremiti e cercatori d’alieni sono solo alcuni dei personaggi e dei luoghi che ho deciso di raccontare nei miei libri.

Tornerai nel west? o in altre zone degli States?
Il West ormai è parte di me, devo tornarci per forza, mi piacerebbe comunque continuare ad esplorare anche altre zone degli States.

Perché consiglieresti un viaggio da quelle parti?
Perché gli USA sono stupore e magia, dalla natura incontaminata alle città più folli e creative, ognuno può trovare il suo posto in queste terre, ognuno può sentirsi a casa nel suo personale angolo d’America.

Normalmente, chi parte per il west, ci lascia davvero un pezzo di cuore. Tant’è che spesso si sente la necessità di tornarci, di tornare a vedere altro o, addirittura, tornare anche sugli stessi passi.
Come Alessia ha ammesso, c’è un angolo d’America in cui tutti possono sentirsi parte di quel mondo e forse è proprio per questo che gli USA sono un mix di stupore e magia.
Il west ti segna, ed è come se quel deserto infinito che ricopre parte di quel che là si vede, avesse sempre una parte di sé da dover scoprire che, alla fine di tutto, ti spinge a tornare.

Ringraziando Alessia per la disponibilità, lascio i suoi contatti
Instagram e Facebook
per poterla seguire online durante i suoi fantastici viaggi.

Tutte le fotografie dell’articolo sono state pubblicate sotto gentile concessione di Alessia, le fotografie appartengono a lei.

Jack Kerouac: il padre dell’On the Road americano

Jack Kerouac, è tuttora considerato il padre del movimento della Beat Generation degli anni Ottanta, nonché uno dei maggiori scrittori della letteratura americana del XX secolo. E’ stato a lungo ritenuto un esponente di spicco della controcultura americana, e solo successivamente è stato rivalutato per la sua capacità di illustrare gli aspetti contraddittori della società dell’epoca, dal consumismo allo sfruttamento dei lavoratori, dal capitalismo al benessere riservato a pochi, sottolineando il decadimento dei principali valori umani, amicizia, amore e cultura.


Jean-Louis Lebris de Kerouac, suo nome intero, nacque a Lowell, in Massachusetts, nel 1922 in una famiglia d’immigrati franco-canadesi. Ultimogenito di due fratelli,  Gerard e Caroline, lo scrittore ebbe un’infanzia felice, tuttavia resa più difficile dopo dalla morte prematura del fratello maggiore, nel 1926.
All’età di sei anni, Kerouac iniziò a frequentare la scuola parrocchiale di ST. Louis de France, e nel 1932, dopo il trasferimento a Pawtucketville, la Barlett Junior High School. In quel periodo, Kerouac faticava ancora a esprimersi correttamente nella lingua inglese, dovuto al fatto che in casa parlassero solo francese e, nella scuola precedente, l’insegnamento era dato sempre in lingua francese. Durante questo periodo, gli affari del padre cominciarono a peggiorare portando l’uomo a finire nel giro di alcool e giochi d’azzardo, la sorella di Kerouac, appena diciottenne, si sposò e Jack si ritrovò da solo. Nonostante la serie di negatività, Jack si dimostrava brillante e sportivamente promettente. Sarà proprio la passione per lo sport e il football in particolare a garantirgli una borsa di studio per merito alla Columbia University, a New York. Un infortunio a una gamba lo esentò dagli allenamenti eccessivi: il tempo così guadagnato lo trascorse visitando i locali jazz, Bebop, i musei, i cinema, i teatri, sparsi nei pressi di Times Square e di Harlem. Si imbarcò successivamente prima nella Marina mercantile e poi in quella militare. È da quel momento in poi che iniziò quel suo vagabondare che lo portò a scrivere romanzi e tenere diari dei suoi spostamenti.

Mandato all’Ospedale navale militare di Newport, Rhode Island, il 20 maggio 1943, gli venne diagnosticata una “demenza precoce“, termine che allora indicava la schizofrenia, e venne rinviato all’Ospedale navale di Bethesda, nel Maryland per un approfondimento diagnostico Qui, la diagnosi fu cambiata in stato “psicopatico costituzionale e personalità schizoide, ma non psicotica“. Il paziente, in definitiva, non fingeva, non era una minaccia né per sé, né per gli altri, comunque venne riformato il 28 giugno 1943, per inadeguatezza al servizio militare. Tornò quindi a casa da suoi genitori, trasferiti nel frattempo a Ozone Park, vicino a Brooklyn.
Si imbarcò poi come marinaio ordinario sulla nave mercantile S.S Gerogre Weems, per Liverpool, da qui visitò Londra e poi nel settembre 1943 la nave fece ritorno a New York. Jack tornò a casa dei genitori per tutto l’inverno, facendo lavori saltuari. Riprese anche a frequentare l’università e soprattutto gli ambienti del Greenwich Village, pullulanti di artisti bohèmien. Nello stesso periodo iniziò la sua storia con Edie Parker e finì per convivere con lei. Abbandonò definitivamente il football e cominciò a dedicarsi in modo maniacale alla lettura di scrittori vari tra cui: William Saroyan, Hemingway, Dos Passos, Joyce, Dostoevskij ed in modo particolare, Thomas Wolfe.


Il 1944 fu l’anno cruciale nel quale incontrò Lucien Carr, che gli fece conoscere William S. Burroughs e Allen Ginsberg, con lui i padrini del nucleo originario della Beat Generation.
Fu Kerouac a coniare il termine beat, con intento religioso e non politico-contestatario, come lo fu invece per la maggior parte degli scrittori legati al movimento beatBeat per lo scrittore era l’equivalente di “beato”:

«Fu da cattolico […] che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, Mass., e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie, le candele brillavano debolmente solo per me), ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola “Beat”, la visione che la parola Beat significava beato.»

Nello stesso anno, Lucien Carr uccise a coltellate David Kammerer, un suo amante accusato di essere maniacalmente geloso, e Kerouac venne arrestato per favoreggiamento, in quanto aveva aiutato Carr a gettare nel fiume l’arma del delitto. Il padre di Kerouac si rifiutò di pagare la cauzione e la famiglia di Edie si offrì di coprire queste spese, a patto che Jack sposasse la ragazza. Fu così che Kerouac si sposò il 22 agosto, a 22 anni. Si trasferirono in Michigan, dalla famiglia di Edie, dove Jack trovò un lavoro come operaio in una fabbrica. Il matrimonio collassò nemmeno due mesi dopo poiché Jack non aveva nessun interesse per la vita matrimoniale e inoltre si sentiva in condizioni di inferiorità a vivere in una famiglia tanto più ricca di lui. Ritornò quindi a New York, dove incontrò per la prima volta Allen Ginsberg. Continuò la conoscenza di artisti o aspiranti tali e iniziò anche l’effettiva dipendenza da droghe.
A causa di un abuso di anfetamina, nel dicembre del 1945, Kerouac si ammalò di tromboflebite alle gambe e fu ricoverato in ospedale. L’agosto successivo morì il padre, malato di tumore, portando Jack ad acutizzare la sofferenza per la morte.

Nel 1946, poco prima di Natale, Kerouac ebbe l’incontro più importante della sua vita, Neal Cassady, un ventenne sposato con la sedicenne Luanne che era finito in riformatorio dopo avere rubato delle auto. Kerouac ammirava enormemente Cassady per la sua totale mancanza d’inibizioni, il suo entusiasmo, il suo grande spirito d’avventura, il suo amore per il rischio, tanto da idealizzarlo e considerarlo un eroe. Divenne il simbolo della vera emarginazione, fonte di ispirazione letteraria, personaggio principale nel libro Sulla strada, con il nome Dean Moriarty e presente anche in altre narrazioni dello stesso Kerouac.
A marzo 1947, Cassady lasciò New York per andare a Denver, la città della sua infanzia. A Denver divorziò e si risposò subito con Carolyn, vivendo in un seminterrato pagato sei dollari a settimana.

Fu proprio questo a spingere Kerouac alla scrittura del suo libro di maggior successo, On the Road.
Il libro tratta con cura il viaggio in autostop e autobus intrapreso dallo scrittore per raggiungere l’amico a Denver, passando per San Francisco, Sabinal, Los Angeles e molte altre città dell’ovest americano. Una volta raggiunto Neal, i due finirono per continuare l’on the road americano insieme.

Dopo aver viaggiato per diversi mesi, tornò a New York, dove completò il suo primo romanzo La Città e la Metropoli, un romanzo autobiografico in cui, come nei suoi altri lavori, annotava ogni singolo dettaglio della sua vita quotidiana, anche gli eventi più insignificanti, usando lo slang ed espressioni colloquiali, abolendo la punteggiatura, le regole grammaticali e seguendo la libera associazione di idee. Contemporaneamente continuò a scrivere On the Road e, appena terminato il romanzo, riprese a spostarsi di luogo in luogo attraversando momenti di depressione, dovuti anche alle sue difficoltà finanziarie, diventando sempre più dipendente da alcol e droghe. In questo periodo, lo scrittore cominciò a trovare conforto nello studio del buddismo e nella meditazione.
Si trasferì poi a San Francisco con Allen Ginsberg, Neal Cassady e il poeta Gregory Corso, ma non aspettò molto prima di ripartire in viaggio di nuovo.

On the Road fu pubblicato nel 1957 ed ebbe un immediato e straordinario successo, segnandolo fin da subito come il manifesto della Beat Generation. Grazie alla popolarità del romanzo, gli editori pubblicarono anche gli altri suoi romanzi tra cui I SotterraneiI Vagabondi del Dharma. Il successo lo travolse fin troppo e Kerouac, che non amava interviste e articoli di giornale, ebbe grosse difficoltà a gestire la situazione tanto che, dopo un ulteriore viaggio a San Francisco, e una permanenza a Big Surf, tornò a vivere da sua madre, fino alla tragica notizia della scomparsa di Neal Cassady, morto assiderato sui binari di una ferrovia nel 1968. L’annuncio del decesso dell’amico, contribuirono a devastare psicologicamente e fisicamente Kerouac. Per tirarlo fuori dalla depressione, i cognati Nick e Tracy lo portarono in Europa, ma l’esperienza fu disastrosa; Kerouac non fece altro che ubriacarsi. Trasferitosi nuovamente in Florida, Kerouac era sempre più frequente partecipare a risse da bar in cui si era, per l’ennesima volta, ubriacato.
Il 20 ottobre 1969 si svegliò alle quattro del mattino in seguito ad un altro eccesso d’acool. Verso mezzogiorno cominciò ad accusare forti dolori addominali e vomitò sangue: il fegato aveva ceduto per la cirrosi epatica. Portato in ospedale, venne sottoposto a 26 trasfusioni e ad un’operazione chirurgica nel tentativo di contenere l’emorragia. Alle cinque e mezzo del mattino del 21 ottobre, senza mai aver ripreso conoscenza dopo l’intervento chirurgico, Jack Kerouac morì a quarantasette anni.
Fu sepolto nella nativa Lowell insieme alla moglie Stella, morta nel 1990.

LO STILE

Il suo stile è ritmato e immediato ed chiamato dallo stesso Kerouac prosa spontanea. cioè uno stile di scrittura fluido, diretto, veloce, privo di filtri e improvvisato proprio come le sessioni improvvisate di musica jazz che Kerouac amava, da qui cominciò a definirsi poeta jazz.

Passando la maggior parte della sua vita diviso tra i grandi spazi dell’America settentrionale e centrale, i suoi scritti riflettono la volontà di liberarsi dalle soffocanti convenzioni sociali e dalle forme dell’epoca per dare un senso liberatorio alla propria esistenza.
Approfondisce anche argomenti quali, droghe, religione, alcolismo.
Esaltò i benefici dell’amore e proclamò l’inutilità del militarismo, ed è inoltre considerato il precursore dello stile di vita hippy.

On the Road, suo romanzo principale, intraprende la tematica del viaggio come metafora della libertà, in cui il viaggio è correlato alla fuga, una fuga che brama conoscenza. Il viaggio rappresenta una scappatoia, un metodo per conoscere se stessi, ma è anche un viaggio permette la fuga dalle restrizioni imposte dalla società e dal proprio passato. C’è una continua oscillazione tra l’inquietudine e la ricerca della tranquillità, la follia e la quotidianità, il movimento e la stasi.

La prima volta che Kerouac utilizzò il termine “beat” fu nel 1950, nel suo primo romanzo La città e la metropoli: Liz Martin è una “beat che se ne va in giro per la città alla ricerca di qualche altro lavoro, di un benefattore, di ‘grana’ o di un po’ di ‘fumo‘”.

“Beat” diventa poi lui, e con lui gli altri scrittori che erediteranno quella spinta, quella voglia di avere una vita che rifiuta le regole imposte e che sperimenta in tutto e per tutto ciò che la vita da la possibilità di sperimentare.
È un termine che richiama la realtà della condizione dei meno privilegiati, di chi vaga in cerca di qualcosa, di chi lo fa con la libertà e l’ottimismo di chi sa che solo sulla strada si può trovare se stesso.

FRA I LIBRI PRINCIPALI

Sulla Strada
I Vagabondi del Dharma
Big Sur
Diario di uno Scrittore Affamato
Orfeo Emerso


Fonti:
https://style.corriere.it/news/eventi/jack-kerouac-50-anni-senza-scrittore-on-the-road/
http://www.lafrusta.net/pro_kerouac.html
https://it.wikipedia.org/wiki/Jack_Kerouac
https://www.studenti.it/jack-kerouac-vita-opere-analisi-on-the-road.html
https://metropolitanmagazine.it/jack-kerouac/
https://www.oscarmondadori.it/approfondimenti/50-anni-senza-jack-kerouac/
Fotografie:
https://www.ibs.it/sulla-strada-libro-jack-kerouac/e/9788804668282
http://www.nealcassadybirthdaybash.com/jack-kerouac/
https://www.huffingtonpost.it/cesare-cata/quando-jack-kerouac-incontro-se-stesso-in-un-pub-del-greenwich-village_b_8816518.html
https://www.rsi.ch/rete-uno/programmi/intrattenimento/millevoci/Kerouac-e-il-mito-della-libert%C3%A0-on-the-road-50%C2%B0-anniversario-dalla-sua-morte-12241750.html
http://www.pangea.news/50-anni-senza-jack-kerouac-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-prima-dalla-a-di-alcol-alla-l-di-lowell/

Ma perché per te è così importante viaggiare? Ora te lo spiego.

Ogni persona che viaggia attribuisce al viaggio stesso un valore unico e personale. Talvolta si viaggia solo per lavoro, altre volte per una più semplice vacanza rilassante, talvolta invece acquisisce, nella persona che quel viaggio lo vive, un valore ancora più importante e prezioso, talvolta inspiegabile, talvolta comprensibile, ma comunque sia raro, forse unico.
C’è chi lo capisce sin dall’infanzia, chi invece la passione del viaggio la acquisisce più avanti e non sa nemmeno perché, chi lo capisce dopo il primo viaggio, chi invece, spesso, lo capisce dopo un vissuto particolarmente intenso che fa nascere dentro la voglia di ripartire. E allora parte, fisicamente parlando. La cosa bella del viaggio è che unisce milioni di persone, tutte completamente diverse l’una dall’altra, ma con in comune la passione per qualcosa che le porta, inconsapevolmente, ad andare senza mai fermarsi.

Se cercassimo sul dizionario la parola viaggio, troveremmo il corretto e più oggettivo significato da attribuirgli, ma se invece la cercassimo nel cuore di chi il viaggio lo sente davvero, troveremmo invece il suo valore più bello e più assoluto.

E se dovessi chiederti che valore ha il viaggio?
Partendo dall’idea che sia assurdo provare a descrivere correttamente le emozioni, nove diverse persone con la stessa passione si sono messe in gioco e hanno provato a spiegare il loro più personale punto di vista sul senso del viaggio.

“Chiunque viaggia è alla ricerca di qualcosa, di risposte a domande mai fatte ad alta voce, di nuovi occhi con cui guardare il mondo e la vita di tutti i giorni; di qualcosa che possa ancora stupirlo e lasciarlo a bocca aperta con la semplicità di un bambino.
Viaggiare è amicizia, passione, risate. È perderti in una metropoli per ritrovare te stesso, è cercare un tramonto da racchiudere in uno scatto della tua fotocamera, è conoscere i tuoi limiti, le tue capacità; è riscoprire te stesso negli occhi di un estraneo conosciuto per caso. E perché no, è cercare di scappare dai tuoi problemi, ma tanto quelli hanno il GPS incorporato e sanno sempre dove tu sia. Ecco che viaggiare diventa la chiave del tuo cambiamento, ma non basta un solo viaggio per diventare quello che sarai domani, e allora tu continua a viaggiare.”

Donatella Roca

Ero un bambino secchione e perfettino, difficilmente mi buttavo nel fango per recuperare la palla durante la partita di calcetto, che se potevo evitavo, e passavo un mucchio di ore -mai abbastanza- a leggere.
Ecco.
Se dovessi indicare un momento in cui i viaggi sono entrati simbolicamente nella mia vita, direi senza dubbio che è stato quando, intento ad esaminare la libreria, presi in mano l’atlante. […] Leggevo nomi impronunciabili e studiavo cartine incomprensibili e nel mentre sognavo posti esotici, foreste e deserti, città infinitamente alte e popoli dalla pelle e dai vestiti colorati.
La passione per l’atlante si è trasformata in passione per la geografia, poi per le lingue straniere, e poi direttamente per i biglietti aerei.
Forse il senso del viaggio sta tutto qui: in quella costante curiosità, in quella bramosa ricerca, in quella voglia matta di scoprire, conoscere, annusare, ascoltare, e prima di tutto imparare, che ti accompagna da sempre -da quando avevi appena imparato a leggere, e che non smette mai di stupirti per quanto è in grado di insegnarti.
Non ci rinuncerei per nulla al mondo!

Elia Sitti

Non è facile spiegare cosa significa viaggiare, è un qualcosa che ti esplode dentro, un mix di sentimenti e sensazioni.
Dal momento in cui ti metti a guardare una mappa, stai già iniziando a viaggiare, fantasticando sui luoghi che vedrai e sulle persone che incontrerai.
Amo viaggiare, amo progettare viaggi.
È un qualcosa che mi fa sentire libera, prendere un aereo, viaggiare tra le nuvole e svegliarmi in un luogo completamente diverso.
Ti rende più umano, ti fa apprezzare le cose più semplici, ti fa emozionare anche solo guardando un bambino giocare.
Amo l’Asia, la sua gente, che spesso vive nella povertà, ma sono ricchi dentro, nessuno ti negherà un sorriso, una parola, una partita a calcio con un pallone arrangiato….
Avrei tanto da raccontare sui miei viaggi, ma sono sensazioni che custodisco dentro gelosamente.
Viaggiare ti rende sicuramente migliore.

Fabrizia Santarnecchi

“Per me il viaggio è una delle necessità primarie della mia vita. Non riesco a concepire un’ esistenza senza viaggiare, partire alla scoperta di qualcosa di insolito, esotico, che non ci appartiene. Vedere e conoscere paesaggi mai scrutati, culture lontane, differenti e poi suoni, odori, sapori mai provati prima. Questo per me significa viaggiare. Da quando pratico il surf uno degli scopi principali della mia vita è che mi accompagna in ogni avventura è la ricerca delle onde perfette in tutto il mondo.”
Marco Romano, surf coach della We Ride Surf School

“Per me viaggiare ha sancito una sorta di rinascita.
Nonostante abbia cominciato a vagare fin da piccola, la svolta è arrivata quando ho intrapreso il primo viaggio da sola a piedi, con lo zaino in spalla e nessuno accanto a indicarmi cosa fare e dove andare.
Non mi sono mai sentita così viva.
Avventurandomi ho scoperto una persona completamente diversa, senza maschere e molto più coraggiosa di quanto potessi immaginare.
Il viaggio per me è l’esperienza, non il luogo in sé.
Nonostante abbia avuto la fortuna di visitare posti magici, la cosa più bella e significativa sono stati gli incontri inaspettati che porterò dentro per il resto della vita.
Avvicinarmi a culture nuove, a religioni e usanze così lontane mi ha fatta sentire quasi in grado di poter vedere la realtà con gli occhi di tante persone diverse, abbattendo qualsiasi tipo di barriera mentale.
Non esiste cosa al mondo che riesca a farmi sentire più felice e piena di vita.
Per tanto tempo mi sono chiesta perché, in qualsiasi posto vivessi, non mi sentissi mai pienamente a casa… con il tempo ho capito che per me non esiste casa più accogliente e “ricca” di quello zaino in spalla.”

Veronica Ariano

“Viaggiare significa staccare dalla realtà di tutti i giorni per divertirsi, rilassarsi e conoscere posti, cose nuove e scoprire se stessi sempre di più.”
Luca Frangioni

“Per me il viaggio è libertà.
Quando viaggio la mia mente è leggera è libera, si fa spazio per immortalare momenti luoghi e emozioni da poter ricordare e il mio cuore si arricchisce.
Viaggiando esaudisco i miei più grandi sogni e mi sento felice.
Quando viaggio mi sento viva.”

Arianna Infante

“Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perché, sempre dicono: Andiamo!”
È quasi impossibile descrivere a parole ciò che un viaggio – un vero viaggio – è in grado di trasmettere. Le emozioni, le impressioni, le nuove conoscenze, i sentimenti e lo stupore infinito che esso sempre porta con sé. 
Troviamo però che questo estratto, tratto da una poesia di Baudelaire, possa essere un buon incipit per tentare di spiegare ciò che andiamo cercando quando decidiamo di intraprendere una nuova avventura insieme. Spesso nemmeno noi siamo pienamente consci delle motivazioni che ci spingono ad andare; ciò che conta maggiormente è la voglia di partire ed esplorare. 
Viaggiare apre e libera la nostra mente dalle costrizioni, dagli schemi e dagli stereotipi in cui la stessa resta intrappolata durante la normale routine quotidiana, permette di andare oltre i nostri stessi limiti e paure, raggiungendo una conoscenza di sé e del mondo, impossibile da afferrare semplicemente restando a casa.
Molto spesso, la sera, dopo una lunga giornata di lavoro ci troviamo a vagare insieme con la mente, immaginando e fantasticando sulla nostra prossima avventura.
Iniziamo allora a selezionare le mete che più ci ispirano, discutendo, infervorandoci e iniziando a studiare un possibile percorso da seguire che sia in grado di svelarci il più possibile del “mondo” e della cultura che decideremo poi di visitare. 
Pianificare è già parte del viaggio, è un modo per cominciare ad immergersi in quel paese che tanto vagheggiamo di raggiungere. […] E quello che realmente conta è calarsi profondamente e sin da subito nello spirito del viaggio e costruirlo intorno a noi. 
Quando finalmente partiamo per raggiungere la meta siamo avvolti da una sensazione di eccitazione e curiosità, che diventa sempre più forte man mano che ci si avvicina alla destinazione. Lo stupore nel vedere una nuova realtà all’arrivo è il sentimento che prevale […].
Esplorare i luoghi, immergersi completamente nell’atmosfera del posto e perdersi in essa, cogliendo e vivendo al massimo tutte le esperienze che è possibile fare, rappresenta il momento più intenso del viaggio stesso. Uno sguardo sul mondo e sulle sue bellezze che è solo nostro, senza riflessi o condizionamenti; una ricchezza immensa che ci portiamo a casa nel momento del rientro e che resterà con noi negli anni a venire. 
Vivere insieme – come coppia – l’esperienza del viaggio rende tutto più intenso e permette una condivisione, seppur intima, delle emozioni che esso è stato in grado di generare e, perché no, anche una miglior conoscenza di noi stessi e dell’altro.

Silvia Filippini e Andrea Monticelli

Chi ha la passione del viaggio, partirà sempre, comunque, partirà perché ha trovato pezzi di sé sparsi un po’ ovunque, e quel puzzle che sta costruendo non sarà mai del tutto finito, perché non si smetterà mai di conoscere se stessi.
Chi viaggia, lo fa con l’idea di partire, talvolta di perdersi, talvolta di ritrovarsi.
Lo fa con l’idea di fare esperienze sparse un po’ ovunque, di dare un valore più bello all’esistenza.
Chi ama viaggiare parte anche solo per partire, che tanto lo sa, che anche partendo, saranno un altro viaggio, un altro tramonto, altri volti, altri orizzonti, a segnargli in meglio la vita,
che forse la vita è più bella quando senti che la vivi davvero.

Ma quanto sono preziosi i ricordi fatti in viaggio?

Sono le tre di notte.
Non dormo. Non riesco proprio a chiudere occhio.
Fuori c’è il vento, soffia fortissimo. Credo si stia portando con sé pure il tavolo che è poggiato al muro.
Sono le tre di notte, e credo che stanotte sarà dura addormentarsi.
Eppure non ci sono rumori ed è tutto completamente buio.
Eppure non mi basta.
Eppure, eppure e, di nuovo, eppure.
Eppure non ho nessun bel pensiero per potermi cullare stanotte.
Ci sono troppe cose che non vanno, io non vado, il mondo non va, vorrei sapere come stanno i miei amici, se loro vanno, ma sono le tre di notte e non è il momento adatto per chiedergli se loro vanno.
Allora mi giro dalla parte opposta. Accendo la luce sopra al letto, leggo due pagine di un libro, lo richiudo.
Ci sono troppe cose che non vanno.
Richiudo gli occhi, li riapro e poi, di nuovo, li richiudo. Stringo forte il cuscino, ho il braccio che lentamente sembra muoia col peso della mia testa sopra.
Mi è venuta una voglia matta di andare a giocare a frisbee.
Non posso giocare a frisbee, fuori è buio.
Potrei brucare l’erba del giardino, ecco.
Ma perché dovrei brucare l’erba del giardino?
Mi sto facendo prendere dall’ansia. Vorrei solo dormire e invece gli occhi si riaprono non appena butto giù le palpebre.
Sai cosa penso? Per risolvere la crisi economica basterebbe stampare più banconote, spararle in piazza con dei cannoni enormi e niente, saremmo tutti benestanti.
Domattina mi sveglio, vado a Bankitalia, attacco uno striscione davanti e comincio a protestare.
E’ un’idea incredibile.
Oppure potrei mollare di nuovo il mio lavoro e partire per l’Africa, potrei salvare la vita ai bambini malnutriti.
Che stupida, io non ho più un lavoro. Non per ora, almeno.
L’ho perso.
Che ansia.
Pazzesco. Domattina prenoto un volo e parto.
Sono le tre e quaranta di notte.
Ho idee pazzesche, domattina le metterò tutte in atto. Sono un genio.
Ma non riesco ad addormentarmi.
Potrei vendere le mie fotografie, creare nuovi progetti e spargerli nei musei di tutto il mondo. Potrei farmi un nome, fare soldi, conoscere gente e posti. E’ tutto così facile.
E’ tutto facile tranne dormire.
Ed è assurdo come le idee pazzesche siano così fattibili alle tre di notte.
Domattina tutto prenderà un’altra forma, e le idee pazzesche sembreranno irrealizzabili.
Odio questa cosa.
Stanotte non chiuderò occhio, ho bisogno di qualcosa di bello che mi faccia da ninna nanna.
Mi alzo, accendo un attimo la luce, mi guardo intorno.
Guardo le mensole bianche, ci sono veramente tanti libri, gli ultimi che ho comprato devo ancora leggerli.
E poi c’è la mensola più alta. E’ piena zeppa di album di fotografie. Sono talmente tanto pieni che mi chiedo come facciano, tutti quei ricordi, a stare dentro a un solo cuore.
Eppure quel cuore è il mio, non dovrei nemmeno farmela quella domanda.

Ho trovato cosa fare.
Apro un paio di questi album. Ce n’è uno dedicato alla Spagna, un altro parla del Belgio. Ce ne sono veramente un sacco. Il più bello, quello color bordeaux, coi margini dorati, sta chiuso solo perché serrato fra gli altri, ma dentro è sovraffollato di foto, di fogli, di brochure, e scontrini, e ricordi. Ricordi che se ne stanno a circa 10200 chilometri di distanza.
Non sapevo di avere un pezzo di cuore così lontano.
Anzi. Mi correggo. Lo sapevo eccome, ma è sempre bello ricordarselo.
Lo apro, e non so se sto aprendo l’album o se sto aprendo il cuore.
Ecco.
Sono già alla quarta pagina, le ho sfogliate delicatamente, non vorrei si sgualcissero.
Sono già alla quarta pagina e tutte queste foto sembrano parlare. Se ne stanno silenziose, nella loro nostalgia, a ricordarmi quant’è bello, ogni tanto, ricordare.
Ed è bello perché sembra se ne stiano lì, in silenzio, a cantare qualcosa che somiglia vagamente alla più bella ninna nanna del mondo.
E pagina dopo pagina, c’è una sorta di melodia così bella, ma giuro, perfetta nella perfezione dei bei ricordi. Quelli, esattamente quelli, quelli fatti durante quel viaggio, quei viaggi, quel vento in faccia, che ancora, se ci penso, lo sento.
Che sai che faccio? Ora mi scompiglio i capelli, che tanto ormai sono già scompigliati da quattro ore di non-sonno.
E ora chiudo gli occhi, e penso che sia stato il vento a scompigliarli.
Ecco.
Guarda tu.
Ho il vento in faccia, e c’è un sole che spacca le pietre, e ho caldo, ma va bene.
Prendo il sole aprendo il tettuccio dell’auto.
Alzo il volume.
Ci sono queste farfalle nello stomaco che hanno preso a ballare.
Sorrido veramente tanto che non te lo so spiegare per bene.
E gli occhi brillano un po’, sai?
E l’album l’ho quasi terminato.

Ora sto un po’ meglio.
Sono andata per un po’. Ne avevo bisogno, sai?
Ho fatto un viaggio bellissimo, e come per ogni viaggio vissuto per bene, adesso sono più stanca che mai.

Ma è quella stanchezza bellissima, quella che sì, sei stanca perché non hai dormito molto, e hai fatto cose, un sacco di cose. Ma più che altro sei stanca perché hai collezionato milioni di ricordi, e ora il tuo cuore torna a casa e ci impiega un miliardo di battiti per renderli tutti preziosi.

Ripongo l’album sulla mensola, lo spolvero un po’, c’era qualche ricordo con due granelli di polvere e proprio non mi va di vederlo offuscato.
Adesso sono stanca.
E tutte quelle foto sono state la mia ninna nanna.

Adesso mi ributto sul letto, spengo la luce, guardo nel buio il soffitto.
Adesso tutto quel buio è più bello.
Adesso ricordo, quanto preziosi sono tutti i ricordi più belli.
E quelli fatti in viaggio, che mi ricordano quant’è bello viaggiare,
adesso lo so,
che tra le cose più belle del mondo c’è certo vivere, ma ti potrei raccontare per una vita di quant’è bello anche ricordare.

Allora buonanotte mondo.
Ci vediamo presto,
che sono le quattro e venti, e io adesso ho veramente sonno.

Ringrazio Roberta B. per la prima foto dell’articolo.

#IORESTOACASA: il valore delle piccole cose

Il mondo intero si è fermato.
Anno 2020.
Quest’anno dal numero doppio identico finirà sui libri di storia, quasi sicuramente.
Il mondo si è fermato.
Il commercio, i trasporti, le aziende.
E anche il tempo. Sì, perché adesso scorre talmente tanto lento da sempre quasi fermo.
Così, in questo periodo di quarantena, allontanamento, social immersi di hashtag dedicati, gente che soffre, gente che continua a lavorare, gente che salva le vite, gente che la vita, purtroppo, la perde, dobbiamo tutti fare i conti con la nostra di vita e con il nostro tempo. Dobbiamo imparare a cogliere, nella negatività di un periodo buio come questo, il valore a ciò che davamo per scontato.
Io ci ho voluto provare con un video. Adesso mi spiego meglio.
Lo so, non sarò sicuramente la prima al mondo ad aver avuto questa idea, ma io ho semplicemente cercato di farla mia.
Vi spiego. Ora che abbiamo un po’ più tempo per capire il valore del tempo, ho voluto dare un senso anche alla più “banale” (e lo metto fra virgolette, attribuitegli voi il significato che sentite più giusto) quotidianità e al tempo impiegato nel viverla. Partiamo dal presupposto che siamo nell’era dei social, dove apparire è più importante di essere, dove non si da valore alle cose più ovvie, perché le cose più ovvie sono ormai troppo scontate e “out” per essere esposte sui social. Ma poi che succede? Succede che qualcosa più grande di tutti i pezzi di mondo messi insieme ci costringe a rivalutare l’importanza delle cose ovvie. E allora boom, stop. Fermi tutti. Rivalutiamo tutto. Forse è più importante essere che apparire, no? Gli abbracci, i saluti, il contatto umano, la passeggiata al tramonto sulla riva del mare, la prenotazione del volo per il viaggio tanto voluto, e fare la spesa incontrando un paio di amici, prenderci un caffè insieme, e uscire. Già. E i sorrisi, la cena coi parenti, una t-shirt nuova perché quelle vecchie sono un po’ scolorite. Farsi la doccia per uscire. No. Non si può uscire. E va bene, adesso è giusto così. Dobbiamo vincere questo maledetto mostro invisibile, e per vincerlo dobbiamo rimanere in casa. Allora impariamo di nuovo a dare senso alle cose “banali“. Impariamo di nuovo a dare senso al semplice fatto che siamo vivi, agli occhi aperti la mattina presto, e alla colazione fatta in cucina, al cane che ci saluta scodinzolando perché lui sì, lui è davvero felice perché può starti vicino tutto il giorno. Ridiamo importanza al sole, non è poi così scontato. Ridiamo importanza agli alberi, Dio, quanto sono belli, e alle cose semplici. Diamoci il tempo per leggere un libro, e ascoltare musica, e scrivere, e pensare. Rivalutiamo il tempo. Cerchiamo di essere, e poi, se poi vogliamo, possiamo anche apparire, ma almeno appariamo per ciò che siamo davvero. Smettiamo di dare tutto per scontato. La vita non è scontata. Quando la troverò appesa in un negozio, con un cartellino colorato con su scritto -70% allora sì, allora penserò che la vita è scontata. Ma ad ora non lo è e, secondo me, non lo sarà mai.
Questo è un video “banale”, già, perché non c’è niente di poi così tanto appariscente. Anzi. Scusate, che stupida che sono.
Sto vivendo.
E già solo questo non implica banalità.
Diamo senso al tempo ora che abbiamo tempo.

Un video dedicato alle cose semplici, in un modo che adesso ci appare talmente tanto complicato da vivere.
Sapete che c’è? #IORESTOACASA, che non vedo l’ora di poter uscire di nuovo.

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La forza di viaggiare mi ha aiutata a reagire


La prima volta che capì che avrei dovuto percorrere la MIA strada era quando finì sul lettino di un ospedale. Ebbi così tanta paura che promisi a me stessa che avrei fatto di tutto per realizzarmi, a costo di andare in quella direzione considerata anticonformista. Ma poi se la conformità è esser tristi e apparentemente appagati da una vita in cui gli spiragli di felicità sono molti meno di quelli di tristezza, io voglio essere anticonformista.
Voglio essere “anticonformamente felice”.
E la strada per essere felici, in questo mondo, in questa società, è così lunga e tortuosa. Avevo 16 anni.
Ero talmente piccola che mi dimenticai presto questa cosa. E niente. Sono dovuta rifinire in ospedale due volte, e la seconda avevo poco più di 19 anni. Ho dovuto imparare a fronteggiare quella maledetta ipocondria che ha preso possesso del mio corpo e che mi ha lentamente distrutto, e fronteggiare la paura di tornare di nuovo sul lettino di un ospedale.
In quel periodo avrei dovuto prenotare il mio primo volo, il mio primo vero viaggio. Avrei finalmente viaggiato.
Ero così contenta.
Ma poi BOOM.
“Ti devi operare”.
Mi dovevo operare.
Quanto ho pianto. Avevo solo paura. E ognuno reagisce a modo suo. Io piangevo. E poi decisi di smettere di versare lacrime e di focalizzarmi sul tempo, sulla felicità, sulla mia vita, su tutto.
Un film mi ha radicalmente cambiato il senso di lettura di tutto. E io odio i film. Odio la televisione. Odio la falsità degli schermi.
Ma quel film era vero.
Ed era un po’ c’ho che avevo bisogno di sentirmi dire.
Into the Wild.

Tre libri mi hanno rivoluzionato il mondo di vedere le cose. Devo molto alle parole di Sergio Bambarèn.

Io sono cambiata.
Sono diventata più forte, più risoluta, più ambiziosa, rendendomi, agli occhi degli altri, più egoista e più fredda.
In realtà cercavo soltanto il mio spazio, a dispetto di tutto e tutti. Che poi la capacità di indipendenza non è egoismo.
Ma poi dovevo diventare grande, e i sogni si mettono da parte quando si è grandi. Deve star scritto sulla clausola per diventare adulti: “Metti da parte i sogni, schiavo”. Il Super Io diventa troppo Super e la coscienza un po’ troppo scrupolosa.
Finché quei sogni non li ho buttati tutti dentro ad un bidone e vivevo per lavorare.
Finché lo stipendio a fine mese non è cominciato a diventare il mio unico scopo di vita,
finché le ferie non sono diventate l’unico motivo per cui lavoravo.
Ed è così paradossale.
Cominciai ad accorgermi di aver frequentato persone sbagliate, che mi hanno condizionato la vita in peggio. Mi hanno buttato dentro paure apparentemente invalicabili. Mi hanno buttato contro offese che non mi meritavo.
E mi sono allontanata.
E mi sono sentita sola.
Fragile.
Estremamente impaurita.
E, mentre cercavo di riprendere forze, c’erano cose ancora più forti di me che mi buttavano ancora più a terra.
Ed era la consapevolezza interiorizzata di non percorrere la strada che ambivi.
Finché non mi accorsi che non volevo più vivere così.
E me ne accorsi quando fu il corpo a dirmelo, perché la mia mente me lo aveva detto tanto tempo prima, ma io non volevo ascoltarla. Quando il mio corpo si è fermato, accasciato a terra, dicendomi che lui, quelle cose, non le voleva più fare. Non era la sua strada. Non è la mia strada. Tutto c’ho che avevo fatto fino a quel momento mi aveva aiutato, ma era arrivato il momento di riprendere il cammino giusto.
A un certo punto la giusta dose di sicurezze, non era più tanto giusta per me. E quelle sicurezze dovevo toglierle e dovevo trovare il compromesso giusto con la felicità.
E i miei sogni, le mie passioni, il mio modo di vivere, e, ancor di più, la vera me stessa, mi urlavano contro.
E il mio corpo si rifiutava.
E quella brutta bestia che si chiamava depressione stava diventando così forte da non permettermi più di rendermi conto che avevo solo 25 anni. Me ne sentivo 95, in principio di morte.
E, ancor di più, avevo perso la capacità di capire che avevo solo una vita davanti.
E non era quella.
E’ lì che il mio corpo ha cominciato a diventare solo un accumulo di ossa e dolori,
e gli occhi perennemente gonfi di lacrime.
E non avevo più forza di reagire, ma solo di crollare.
E quei sogni dove erano finiti?
E quelle ambizioni?
Quella forza di vivere che avevo?
Quella voglia di stupirti di tutto?
E quelle lunghe camminate in montagna, l’aria pulita, e il surf, che Dio solo sa quanto mi mancava, e il mare, le onde e i tramonti.
Che non li vedevo da troppo tempo.
E la gente che amavo, i miei amici, la mia famiglia.
Mi sentivo solo ed esclusivamente nervosa. Nevrotica. Triste.
E tutto intorno è nero.
Talvolta riemergevo, talvolta ricadevo.
Ed era sempre tutto più nero. E faceva così tanta paura.
Finché non mi sono accorta che era l’ora di esplodere, e esplosi.
E cercavo quella forza che avevo perso.
E non la trovavo.
E mi sembrava di odiare tutti.
E forse era davvero così.
Ma poi mi accorsi che in tutto quel buio avevo pure imparato ad amare.
Ma non avevo la forza nemmeno di amare me stessa per prima.
E allora dovevo combattere.

Lavorerò duramente tutti i giorni per esser felice.
Per tenere lontano da me quel brutto mostro che si è preso corpo e mente.
Lavorerò per realizzare i miei sogni,
per surfare tutte le volte che potrò,
per continuare a salire sulle vette più belle delle montagne più belle, anche se, che stupida, tutte le montagne sono belle.
Imparerò a sorridere di gusto,
ad esser presente.
Mi impegnerò a tenere un corpo e una mente forti.

Viaggerò.
Dovrò farlo.
Dovremmo farlo tutti.
Perché non possiamo vivere con la presunzione di sapere chi siamo in un mondo che è più vasto di quel che si vede ben oltre l’orizzonte.
Ogni orizzonte sarà un nuovo inizio.
O il bel continuo di una bella storia.
La mia vita.

Non voglio vivere una vita che non è la mia.
Ci proverò fino alla fine.
Me lo dirò tutti i giorni, quando ci crederò un po’ meno, che io, alla felicità, non ci voglio più rinunciare.

Imparerò ad esser fiera di me, a credere a me stessa,
a non perdere il sorriso,
a non perdere le speranze.

La vita è una.
Accetto che voi abbiate la possibilità di credere in reincarnazione, in resurrezione, in paradiso o inferno, in sette vite anche se non siete gatti, in scissione di anima e corpo.
Io, almeno per ora, credo che la vita sia solo una.
O almeno non ho la certezza del contrario.

E ho solo una possibilità di esser felice.
Voglio invecchiare con la consapevolezza d’averci almeno provato.

Reagite.
Fatelo.
Che il rimpianto di non aver nemmeno provato ad esser felici, poi, da vecchi diventerà solo un rimorso.

Allora viaggiate,
e siate felici.
Sempre.

Myanmar, Agosto 2019



foto in alto: Roberta B.
altre: Fabrizia S.

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